Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

Continua »

Referendum magistratura: le inventate ragioni del no

Egregio Direttore,

l’Adige di fine febbraio pubblica un articolo dell’on. Luciano Azzolini sulla legge costituzionale sulla magistratura sulla quale siamo chiamati ad esprimerci in marzo con referendum. Secondo Azzolini la legge non merita conferma, ma non cita alcun suo contenuto che motivi tale giudizio. Lamenta che la maggioranza non abbia ascoltato le minoranze, ma è noto che queste hanno assunto la posizione difesa dall’Associazione Nazionale Magistrati che non voleva nessun cambiamento. Lamenta che la riforma non rispetti l’indipendenza della magistratura dal potere politico, ma non cita alcun contenuto che violi in proposito il dettato costituzionale, tanto che il Presidente della Repubblica non ha fatto alcun rilievo al riguardo e la legge è stata promulgata. Lamenta un clima rissoso di alcuni interventi nel dibattito, in parte a ragione, ma certo il clima dei rapporti nulla dice sul merito della legge.

Certo la riforma non rimedia alle difficoltà ad ottenere giustizia specie in campo civile e specie per i tempi lunghissimi dei processi, ma ottiene almeno un buon rimedio all’uso delle procedure di governo autonomo della magistratura, che attualmente si prestano a degenerazioni delle quali il magistrato Palamara, da protagonista, ha rivelato il merito. Nella sostanza la degenerazione che più colpisce è che l’azione della magistratura, sia nella fase requirente che in quella giudicante, sia guidata dalle correnti politiche che dividono i magistrati. E l’organo di governo della magistratura è diviso in correnti, una o più delle quali rendono rilevante non il merito delle questioni in campo (specie nomine e carriera ), ma la rispondenza a obiettivi politici. E così cade l’attesa di una giustizia giusta. Le correnti si costruiscono a livello organizzato nella fase di elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura, che sono chiamati a fare nomine a incarichi. E così la magistratura è governata dalle correnti. E’ stata la stessa situazione che era vissuta nei concorsi universitari, almeno per i campi che ho potuto sperimentare direttamente. Nei concorsi a cattedra in materie sociologiche l’elezione dei commissari di concorso (o di idoneità) risentiva molto dell’appartenenza di corrente. E poi questo si traduceva in esito del concorso. E non mi consta che ciò accadesse solo per la sociologia. Ebbene, per rimediare a questa distorsione correntizia è stato introdotto nel processo di nomina dei commissari la casualità dell’estrazione a sorte. E i concorsi hanno avuto esiti più fedeli a criteri valutativi di merito. Ci possono essere ancora distorsioni, ma sono assai più casuali. E la corrente ha visto crescere i suoi fondamenti culturali e calare quelli di clientela. L’Associazione dei magistrati difende certo l’attuale organizzazione del suo potere, che teme svanire col sorteggio, ma non si può cadere in una trappola corporativa di retroterra clientelare o di scelta politica.

Ora, per la selezione dei componenti di autogoverno della magistratura la riforma riprende il medesimo correttivo: la casualità della scelta. E il potere clientelare delle correnti certamente si ridurrebbe di moltissimo. L’operato della magistratura potrà quindi essere libero da scelte correntizie. Non capisco proprio perché il raggiungimento di una giustizia meno condizionata dalle correnti politiche dei magistrati sia un contenuto della riforma non meritevole di approvazione che si aggiunge quello della non interferenza reciproca tra fase inquirente e fase giudicante propiziata da possibile comunanza o meno di corrente tra magistrato inquirente e magistrato giudicante. E avere una giustizia non corrotta da convenienze politiche o amicali è significativo per chi vuole stato di diritto, come ha voluto la nostra Costituzione.

Cordiali saluti,

Renzo Gubert

inviato a l’Adige e finora non pubblicato

Referendum giustizia: motivi del voto sì taciuti dal dott.Zampini





l’Adige del 29 gennaio pubblica un articolo di Mauro Zampini che illustra i motivi “pesanti” che spingono a votare “no” al prossimo referendum di riforma dell’organizzazione istituzionale della magistratura. Leggo sempre con grande interesse e in generale con condivisione gli scritti di Mauro Zampini, già in posizione di vertice dell’amministrazione della Camera dei Deputati e anche per questo scritto leggo, condividendole, le critiche sulla perdita di peso delle Camere nei confronti del potere esecutivo anche per competenze che sono legislative. La mia esperienza di tre legislature me lo ha provato e da allora la situazione è nettamente peggiorata. E sarebbe ancora espressione di questa tendenza, per Zampini, a concentrare il potere nell’esecutivo la prossima riforma della magistratura. A prova di ciò il dott. Zampini non porta però contenuti delle norme di riforma, ma dichiarazioni di esponenti del Governo che attribuiscono alla riforma un vantaggio della maggioranza politica al governo nell’evitare un’azione di “opposizione” da parte di magistrati. i sostenitori del “no” assumono tali dichiarazioni come prova del fatto che la riforma ha come vero scopo il controllo politico della magistratura, ma l’interpretazione delle dichiarazioni di ministri al riguardo può essere un’altra. La riforma renderebbe assai meno facile che dei magistrati usino i loro poteri per scopi politici di opposizione a magggioranza e Governo e ciò è un vantaggio anche per eventuali maggioranze e governi futuri ora minoranze e opposizioni. Tale interpretazione è tutt’altro che artefatta se si ricorda la gestione delle competenze del CSM denunciata dal giudice Palamara, che nessuno può ignorare. Ed è proprio il vigente sistema di elezione dei componenti magistrati del Consiglio Suiperiore della Magistratura, dominato dall’organizzazione di correnti politiche dei magistrati, quello che i sostenitori del “no” vogliono difendere, dato che la riforma ridurrebbe di molto l’influenza di correnti prevedendo il sorteggio quale modo di selezione delle nomine al CSM. Stranamente Mauro Zampini non fa cenno a questa motivazione pesante del voto “sì” alla riforma. Ricordo che a una componente di casualità nella selezione dei commissari di concorso per limitare l’influenza di correnti politiche o di gruppi preorganizzati si è ricorsi anche per i concorsi universitari.

Votare sì o no in base a supposte intenzioni non mi pare poi il modo migliore; il voto deve riguardare il testo della nuova norma. Mi sembra il modo più corretto di agire anche per rispetto ai valori di democrazia e di stato di diritto tutelati dalla nostra Costituzione. A mio avviso fa riflettere il fatto che per il “sì” si siano espressi il giudice Di Pietro ed esponenti importanti del PD attenti più ai contenuti da valutare che a un uso del referendum per fare opposizione politica al Governo.

INVIATO A L’Adige e finora non pubblicato

insegnamento religione cattolica a scuola

di il 20 Gennaio 2026 in religione, scuola con Nessun commento



Egregio Direttore,

l’Adige del 17 gennaio pubblica un articolo di Giuseppe Santoli, dirigente scolastico, che sostiene la necessità di modificare le norme che regolano l’insegnamento della religione cattolica a scuola, in considerazione dell’aumento della quota di genitori o studenti che decidono di non avvalersi di detto insegnamento per ragioni diverse, le più evidenti la secolarizzazione della società italiana o la presenza di immigrati di religione non cattolica. Sul tema si è molto dibattuto in occasione della revisione del Concordato e dell’applicazione in Trentino delle speciali norme previste per tale insegnamento nelle “regioni di confine”. L’autore dell’articolo propone possibili modifiche. La prima riguarda un diverso regime per i modi di sostituire l’insegnamento della religione cattolica per coloro che decidono di non avvalersene. La seconda riguarda invece l’insegnamento di religione, non più della religione cattolica, ma in generale di scienze della religioni e obbligatorio per tutti. La terza assomiglia alla seconda, ma l’insegnamento è di storia delle religioni. Dovrebbe inoltre in tutti i casi essere rivisto il sistema di reclutamento del personale insegnante, rendendolo analogo a quello vigente per le altre materie di insegnamento, aggiungendo anche di conseguenza il pieno riconoscimento curriculare dell’insegnamento di religione, attualmente escluso dal poter concorrere alla valutazione dello studente.

In occasione dell’applicazione al Trentino-Alto Adige del nuovo Concordato un gruppo di genitori e insegnanti (tra i quali chi scrive) si era battuto per una quarta via, quella di applicare anche in Trentino la norma speciale per le regioni di confine, come avveniva anche in Alto Adige. L’insegnamento della religione cattolica non solo rimaneva obbligatorio nella sua attivazione nelle varie scuole, ma restava obbligatorio per tutti gli studenti o scolari, salvo richiesta di esonero. L’applicazione del regime speciale per le regioni di confine non venne sostenuta dall’autorità diocesana, timorosa forse di innescare contenziosi in materia assai delicata, ma permangono le ragioni che la sostenevano anche al di là dello speciale regime previsto per le regioni di confine. Il fondamento sta nel fatto che la conoscenza della religione cattolica è utile, come e forse più di altri contenuti di insegnamento obbligatorio, a chi vive nella società italiana, intrisa di contenuti cristiani e specificamente cattolici a partire dalla maggior parte del patrimonio culturale sedimentato in edifici sacri, calendario delle festività, letteratura,, struttura associativa, norme costituzionali. Lo stesso non vale per altre religioni o per credenze agnostiche o ateistiche. La conoscenza della religione cattolica è necessaria per capire la società nella quale si vive. Da richiamare il fatto che con la revisione del Concordato l’insegnamento della religione cattolica non è insegnamento di tipo catechistico e quindi non cozza contro il principio di laicità dello Stato. Contro tale principio non cozza neppure l’attribuire all’autorità religiosa l’attestazione di idoneità degli insegnanti, poiché ciò rappresenta la certificazione di conoscenze adeguate. Che insegnamento della religione cattolica sarebbe se venisse impartito da chi non conosce bene il cristianesimo e il cattolicesimo o ne dia una lettura negativa ripresa da altro retroterra religioso o agnostico-ateo? Come ricorda l’autore dell’articolo, la legge 186 del 2003 consente anche all’insegnante che, pur avuta l’idoneità, venisse a trovarsi in conflitto tra insegnamento della religione cristiana e sua coscienza personale, la possibilità di non perdere per questo il lavoro, insegnando altra materia.

Bene, quindi, riflettere su eventuali modifiche della disciplina dell’insegnamento della religione cattolica, sapendo che si tratta comunque di materia concordataria di sua appllicazione con apposita intesa tra Stato e Chiesa italiana, ma senza cadere nel rischio che le nuove generazioni siano educate senza adeguata conoscenza della cultura che fonda e pervade la società nella quale vivono (non solo italiana, ma anche a scala assai più ampia). Non si tratta solo nè soprattutto di far conoscere il fenomeno religioso, ma di trasmettere conoscenze fondamentali per muoversi nella società contemporanea, al di là delle proprie convinzioni religiose.

lettera inviata a l’Adige e finora non pubblicata



Anticostituzionale ammettere come candidato Presidente chi ha svolto il mandato per due legislature?



Egregio Direttore,

giustamente nell’editoriale del 20 maggio mette in evidenza la portata istituzionale e politica della decisione del Governo nazionale (la sua maggioranza) di impugnare presso la Corte Costituzionale la recente legge provinciale che consente la presentazione alle elezioni a Presidente della Giunta Provinciale di chi abbia già ricoperto tale ruolo per due mandati. Pronunce della Corte Costituzionale non solo per regioni ad autonomia ordinaria, ma anche per regioni a autonomia speciale preannunciano criteri di valutazione della Corte che ritengano la possibilità di concorrere a un terzo mandato i capi dell’esecutivo per comuni non piccoli e regioni una lesione di un principio fondamentale costituzionale, quello della democrazia, alterando l’equilibrio tra poteri che garantisce la democraticità. L’argomentazione appare assai poco convincente. Le leggi elettorali sono state cambiate più volte, con passaggi da un sistema proporzionale a uno maggioritario, anche con collegi plurinominali o uninominali, e con passaggi dall’elezioni indiretta dei capi dell’Esecutivo alla loro elezione diretta. Si è passati da sistemi elettorali che davano massimo valore alla democraticità sempre sottoposta a verifica politica ad altri che davano massimo valore all’autonomia decisionale dei capo eletto per l’intera durata poliennale del mandato, con la sola possibilità di far pagare l’eventuale sfiducia dei consigli legislativi con lo scioglimento di questi. Non si può dire che le innovazioni introdotte nei sistemi elettoriali e di governo non abbiano cambiato l’equilibrio dei poteri. Il disegno di legge governativo sull’introduzione dle “premierato” accentuerebbe, se approvato, tale cambiamento. Eppure la Corte Costituzionale non ha mai dichiarato incostituzionale il sistema maggioritario o l’elezione diretta dei capi degli esecutivi. Eppure l’introduzione di tali sistemi hanno modificato gli equilibri democratici ben più di quello che può fare il consentire a un capo dell’esecutivo di presentarsi agli elettori dopo due mandati.

La seconda questione che la decisione governativa evidenzia è quella della lesione dell’autonomia speciale. Il Governo ha appena presentato la proposta di modifica dello Statuto per recuperare all’autonomia competenze che Governo nazionale e Corte Costituzionale hanno sottratto a Province e Regione a seguito di sentenze “centraliste” ed ora ricasca nello stesso “vizio”. Difficile sostenere che la competenza primaria in materia di elezioni proprie escluda quella di regolare i sistemi elettorali. Basti pensare alle differenze di sistema elettorale e di elezione del Presidente tra Trentino e Alto Adige Suedtirol. Se avesse fondamento il richiamo a una lesione del principio costituzionale della democraticità si sarebbe violato un limite all’autonomia, ma come appena evidenziato ciò non è. Se così fosse, perché il divieto di terza candidatura è stato da poco tolto per i comuni piccoli? Forse che i condizionamenti di chi gestisce il potere non sono possibili nei piccoli comuni? Evidente che il ricorso del Governo nasce da ragioni politiche, che il suo editoriale ha messo in evidenza. La “debolezza” dei convincimenti autonomisti del maggiore partito della coalizione governativa riemerge in modo troppo chiaro.

Cordiali saluti,

Renzo Gubert


L’Adige non ha finora pubblicato la lettera inviata il 20 maggio

Sondaggio su trattamento rifiuti: l’Adige lo spaccia per affidabile e rappresentativo

di il 17 Febbraio 2025 in AMBIENTE con Nessun commento

 



Egregio Direttore,

l’Adige del 15 febbaraio riporta una parte dei risultati di un sondaggio commissionato dal giornale e una seconda parte è annunciata per il 16. Da sociologo che per una vita ha fatto ricerca usando sondaggi, dopo corsi di perfezionamento che il prof. Franco Demarchi aveva chiesto di organizzare alla City University di New York al prof. Edgar Borgatta, tra i più apprezzati metodologi per la ricerca sociale negli USA, penso possa essere utile qualche considerazione sulla validità del sondaggio.

Una prima annotazione riguarda la rappresentatività del campione. Da quanto pubblica il giornale, il campione sarebbe rappresentativo perché stratificato per età , sesso e macroarea di residenza allo stesso modo della popolazione. Nessun metodologo della ricerca confonderebbe rappresentatività del campione con stratificazione proporzionale. Il metodo di raccolta dei dati è diversificato, ma nessuno corrisponde al modo più adeguato di offrire risultati validi e attendibili. Sta in ciò di solito la modalità di vendere risultati a buon mercato. Un campionamento che garantisca rappresentatività sulla base della statistica costa molto e quindi si gioca un po’ al ribasso. Ciò accade per le agenzie che operano sul mercato, mentre nelle ricerche universitarie cui ho partecipato la rappresentatività del campione non veniva sacrificata. Si potrebbe dire che è meglio qualche risultato anche assai incerto o non molto affidabile statisticamente piuttosto che affidare le considerazioni a convinzioni di qualche giornalista e può essere vero, ma bisognerebbe avere l’onestà di non dare per rappresentativo quanto non lo è secondo le scienze statistiche.

Una seconda considerazione riguarda l’attendibilità delle risposte degli intervistati, fossero stati anche selezionati e interrogati per offrire il massimo di rappresentatività possibile. I sondaggi di opinione hanno senso ai fini di scelte se le domande riguardano argomenti conosciuti. Non mi pare che sia questo il caso delle opinioni espresse sul trattamento dei rifiuti urbani. Lo constata anche il sondaggio per l’alta quota di incapacità di valutare le diverse alternative e le diverse conseguenze di alcune di esse. Non serve un sondaggio per capire che la gente comune mal si districa su temi non ancora chiari, neppure agli esperti del settore. Forse approfondire quanto sanno gli esperti, attraverso interviste approfondite a chi è definito “testimone qualificato” aiuterebbe di più anche alla maturazione di opinioni da parte della popolazione.

Infine un campione provinciale stratificato proporzionalmente per macroaree rischia di offrire una rappresentazione incompleta e parziale delle opinioni, pesando molto sul dato complessivo le città e poco le arre rurali. A meno che non si voglia ciò, sarebbe stato meglio un campione stratificato non proporzionalmente per avere dati più signifcativi (per quanto lo possano essere dati con i metodi di rilevazione usati) sulle singole aree, che ora godono di autonomia organizzativa. L’esperienza in atto per raccolta e trattamento dei rifiuti è in parte diversa da area ad area.

Cordiali saluti,

Renzo Gubert
NON ANCORA PUBBLICATO ANZI PUBBLICATA CON STESSE QUALIFICAZIONI LA SECONDA PARTE. DIFFICILE RICONOSCERE GLI SBAGLI

Perché i giudizi su pratiche omosessuali diventano per l’Adige pregiudizi?

di il 11 Gennaio 2025 in etica pubblica, famiglia con Nessun commento

Egregio Direttore

l’Adige dell’8 gennaio pubblica un’intervista di Francesca Cristoforetti a una psicologa di nome Laura Mincone sullo stress che sperimentano le persone con sessualità particolare. L’intervistatrice considera pregiudizio il considerare negativamente la pratica dell’omosessualità e altre varianti. Perché anzichè un pregiudizio non può essere un giudizio, che merita rispetto? Si può cominciare dalla natura: I mammiferi hanno distinzioni morfologiche e funzionali tra maschi e femmine anche nella dotazione di organi sessuali e riproduttivi. E’ un pregiudizio pensare che il mammifero homo sapiens non sia normale se si comporta diversamente da come fanno tutti gli altri mammiferi? Ma la differenza tra i sessi non è solo dei mammiferi, ma di tutti gli esseri viventi con organismi complessi. E’ un pregiudizio pensare che gli organi per l’accoppiamento negli umani come nei mammiferi sono distinti da quelli destinati ad espellere il prodotto della digestione e pensare che confonderne le funzioni non sia normale?

Di altra natura la questione della responsabilità di condizioni che orientano a pratiche omosessuali o simili. Per millenni si è pensato che le anormalità fossero colpa o malattia. La gran parte delle società lo pensano ancora, ma le conoscenze acquisite scientificamente non sono definitive ed esaustive. Tuttavia da sociologo non posso non osservare quanto Durkheim osservava in merito ai suicidi: il tasso di suicidi varia molto tra le società, quindi le cause sono sociali. Lo stesso dicasi del tasso di omosessualità. E’ pregiudizio orientare le scelte di politica culturale e sociale in modo da ridurre il tasso di omosessualità? O è espressione di un giudizio su ciò che è bene per la società? La psicologa intervistata cita indagini che dimostrano come i figli procuratisi da coppie omosessuali non soffrono svantaggi. Ce ne sono altre che proverebbero il contrario, ma in ogni caso difficile qualificare come pregiudizio il pensare che una società sana non veda di norma famiglie naturali con papà, mamma e figli.

Da ultimo una nota sul concetto di pregiudizio. Definire un giudizio come pregiudizio equivale a dichiararlo falso. Un giudizio può essere condiviso o meno. La nostra società è fatta di giudizi diversi, più o meno condivisi e su di essi si basa il controllo sociale informale, quello che più conta. Qualificarli di pregiudizi ha una radice autoritaria.

LETTERA INVIATA A L’aDIGE 4 GIORNI FA E NON PUBBLICATA

Quotidiano trentino il T: scelta di sinistra radicale per utero in affitto

di il 1 Dicembre 2024 in etica pubblica con Nessun commento



Egregio direttore.

il quotidiano T del 28 novembre dedica l’intera seconda pagina all’esperienza di una donna americana che ha scelto di mettersi a disposizione di una coppia di gay italiani che desideravano un figlio. Il ruolo scelto è di incubatrice di un ovulo fecondato di altra donna. Mi sarei aspettato che il giornale oltre a presentare l’esperienza di incubatrice lieta di soddisfare il desiderio di due gay, avesse presentato quanto di disumano vi è, del tutto taciuto anche nelle domande dell’intervistatrice. Un bambino definito come dono a qualcuno è ridotto ad oggetto. Si regalano oggetti,non esseri umani. Lo si poteva fare con uno schiavo, ma fortunatamente la schiavitù à stata abolita. E che sia disumano risulta evidente anche dal fatto che per fare il regalo del bambino lo si genera privandolo della madre e dopo la gravidanza anche della donna che ha fatto da incubatrice, per essere consegnato a due uomini, senza magari sapere quale è forse padre biologico. Quello che conta è soddisfare un desiderio. E l’articolista poi dà spazio alla critica della legge che considera reato una pratica disumana anche se compiuta all’estero. Capisco che il quotidiano che Lei dirige abbia una parte dedicata a “canpi liberi”, ma la scelta di dare spazio a pratiche disumane con spirito di simpatia rivela una linea culturale che speravo non condivisa da chi, forza economica e socio-culturale trentina, ha deciso di dare ai trentini un giornale governato da loro. Evidentemente ho avuto attese sbagliate,

Distinti saluti

Renzo Gubert
iNVIATO AL T MA NON PUBBLICATO

Il T : il sacro è retorica. O invece lo è il secolarismo?

di il 23 Settembre 2024 in religione con Nessun commento

Il T pubblica il 14 settembre un editoriale di un ricercatore della Fondazione Kessler, Claudio Ferlan, storico del cristianesimo, intitolato “La retorica del sacro”. Partendo da episodi di (probabile, aggiungo io) strumentalizzazione da parte di politici di fede e simboli cristiani giunge a negare legittimo e razionale fondamento a qualsiasi legame tra credenza religiosa e scelta politica. Si tratta di “retorica” del secolarismo condita di sarcasmo. “Dio e gli dei non hanno nulla a che spartire” con le scelte politiche afferma il dott. Ferlan. Sono riandato alla mia formazione nell’Azione Cattolica prima del Conciio Vaticano II, durante e dopo. In nessuno documento conciliare, in nessun pronunciamento del magistero ecclesiale, in nessun corso di formazione di cristiani laici è stato assunto che non vi sia un rapporto tra fede cristiana e scelte politiche. La vocazione alla “consecratio mundi” era presentata come propria del laico cristiano. Il Vaticano II ha insistito sull’impegno del cristiano nelle realtà temporali, come anche il magistero dei papi da Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI a Giovani Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Il rapporto tra fede cristiana e scelte politiche non è meccanico, si deve avvalere dellla riflessione razionale anche sulla base dell’esperienza storica e certo non si può ridurre a ostentazione di simboli. Il pensiero sociale cristiano e l’esperienza storica che ad esso si ispira devono essere fondamenti ineludibili. Ma le semplificazioni che odorano di strumentalità non possono portare chi non sacralizza il secolarismo a trascurare il fatto che i valori che devono reggere l’umana convivenza e le scelte di bene comune si trasmettono anche con simboli.

Nella mia non breve esperienza parlamentare sono stato membro per una decina d’anni della Commissione Difesa. Simboli e riti sono pane quotidiano di chi opera in ambito Difesa e Polizia. Sacralizzazione dello Stato, della Nazione sono nutrimento quotidiano dell’impegno di uomini, donne e strutture. E’ solo retorica? Lo si dica al Presidente dela Repubblica, si chiami con tutti i nomi,da Einaudi a Mattarella. E perché dovrebbe esserlo per l’uso di simboli cristiani da parte di politici cristiani, anche se pubblici peccatori? Se fosse solo retorica, secondo il ricercatore della Fondazione Kessler si dovrebbero criticare i crocefissi nelle aule pubbliche e i presepi nelle scuole materne, o ancora le feste religiose dal calendario delle festività pubbliche. Scelte di sacralizzazione del secolarismo. Penso al politico cui è intitolata la Fondazione nella quale il dott. Ferlan lavora. Non credo che sarebbe in sintonia.

Giusto criticare i politici pubblici peccatori che ostentano simboli cristiani, ma al fine di richiamarli a coerenza e indurre pentimento dei loro peccati, non di celebrare una politica secolarista. E non a caso di ritorno dal suo ultimo viaggio apostolico in Asia e Oceania Francesco ha indirettamente rimproverato non solo Trump, come fa il dott. Ferlan, ma anche la Harris, entrambi peccatori “politici” contro il V Comandamento. Da un principio religioso Francesco ha tratto un orientamento politico. Retorica?

Inviato a il T e dopo molti giorni non pubblicato

A PERGINE LA CHIAMANO FESTA DELLE FAMIGLIE, MA E’ LA FESTA DELLE COPPIE OMOSESSUALI CON FIGLI RESI ORFANI DI PADRE O DI MADRE PER SODDISFARE EGOISTICI DESIDERI

di il 5 Giugno 2024 in famiglia con Nessun commento

 

I silenzi dell’editoriale abortista del quotidiano T

di il 9 Maggio 2024 in etica pubblica, famiglia, sanità con 1 Commento

Egregio Direttore dott. Casalini, 
il numero del 3 maggio del giornale da Lei diretto affida l’editoriale a una professoressa associata di scienza politica, Alessia Donà, che considera diritto della donna incinta abortire e si esprime negativamente sulla possibilità che nei consultori familiari vi sia una presenza associativa motivata a rimuovere gli ostacoli che una donna può incontrare nel portare a termine la sua gravidanza. Da trentino che ha subito apprezzato la presenza in Trentino di un quotidiano autonomo espressione di forze sociali ed economiche locali mi chiedo se vi sarà occasione di leggere un editoriale che non dimentichi in tema di tutela della vita umana quanto la professoressa Donà tace e che non tratti da reazionario, come viene fatto per la ministra Eugenia Rocella, chi ricorda che la legge 194 è intitolata in primis come tutela della maternità e consente l’aborto solo a certe condizioni. Se fosse un diritto delle donne disporre della vita e della morte del bambino o bambina che portano in grembo, non avrebbe senso sottoporre l’autorizzazione ad abortire a procedure complesse e se proprio si vuole insistere a chiamarlo “diritto”, si dovrebbe onestamente aggiungere che è un diritto condizionato. Si dovrebbe anche aggiungere che se un medico o un’infermiera possono rifiutarsi di metterlo in pratica perché ciò violerebbe la loro coscienza, vuol dire che se anche lo si vuole chiamarlo diritto, non è certo un diritto che la coscienza di molti considera tale, ma considera uccisione di un essere umano. Se i favorevoli a chiamare “diritto” tale uccisione sono ostili a presenze di associazioni di sostegno alla maternità, pur previste anche dalla legge 194, perché susciterebbero nella donna che decide di abortire “sensi di colpa”, ciò significa che è un diritto del cui esercizio si potrebbe anche vergognarsi, essendo chiara la sua natura di soppressione di un essere umano in formazione. Non è facile convincersi che è solo gestione del proprio corpo, come anche l’editorialista sostiene, mai mettendosi dalla parte di chi viene soppresso. Costa così tanto riconoscere la verità? Mi permetterei di suggerire alla prof. Donà di leggere i risultati delle ricerche di Donatella Cavanna, anche lei già docente di psicologia a Trento e poi pofessoressa ordinaria all’Università di Genova. La coscienza della donna si ribella anche non volendo all’esperienza di abortire. Abortire viola l’essre profondo di chi abortisce. Perché tacerne? Si fa proprio un servizio ai diritti delle donne o si mascherano ferite difficili e lunghe da sanare?

Finora non pubblicata,

Top