Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Referendum costituzionale e gli interessi schierati per il sì

Si moltiplicano in crescendo le prese di posizione a sostegno dell’approvazione dei cambiamenti della Costituzione che gli italiani saranno chiamati ad ottobre a valutare e l’Adige le riporta dedicando ampio spazio. Nel solo numero di martedì scorso due lunghi interventi di Ugo Rossi e di Carlo Ancona, il primo che illustra i grandi vantaggi delle nuove norme per il Trentino e il secondo di critica ai magistrati e ai giuristi che si sono pronunciati motivatamente per il no al referendum.

Resto confuso di fronte alle argomentazioni del Presidente della Giunta Provinciale, che ripete quello che ha già detto la ministra Boschi. Capisco, però, che un Presidente la cui permanenza in ruolo dipende dal partito che comanda a Roma e che, via Governo, ha imposto i cambiamenti, si sia acconciato a lodare, tacendo, invece, sulle gravi lesioni che le modificazioni costituzionali prevedono per la nostra autonomia. Rossi tace sul fatto che la subordinazione dell’entrata in vigore delle nuove norme, se approvate dal referendum, alla revisione degli Statuti delle regioni ad autonomia speciale, non toglie il dovere di adeguare tali Statuti alle nuove norme costituzionali, che sottraggono competenze cruciali (si pensi ad ambiente e a energia) a tutte le regioni, comprese quelle ad autonomia speciale. Rossi ancora tace sul fatto che le nuove norme prevedono la possibilità che il Governo invochi “l’interesse nazionale” per intervenire sulla legislazione di tutte le regioni (comprese quelle ad autonomia speciale), un arretramento che riporta al centralismo di un tempo, il cui superamento era stato giustamente presentato come un grosso passo avanti dell’autonomia. Rossi vanta il permanere del principio dell’ ”intesa” per le modifiche statutarie, ma come ben sa, il principio dell’intesa non dà potere di veto; le autonomie speciali dovranno cedere qualcosa nel campo delle loro competenze attuali, anche se c’è il principio dell’intesa, come anche il caso della Valdastico ha dimostrato. Resto confuso perché non riconosco nelle considerazioni di Rossi, del PATT, uno spirito autonomista chiaro e verace.

Ciò che in un primo momento mi ha sorpreso, ma poi, invece, ho capito che rientra nella piena normalità, è l’appoggio dichiarato alle nuove norme costituzionali da parte di Confindustria e di Coldiretti. Mi è bastato ricordare episodi di storia contemporanea bene analizzati, quando ero studente, dal prof. Giorgio Galli, docente a Trento. Di fronte alle agitazioni sociali del primo dopoguerra (a partire dal 1919), provocati anche dalla crisi economica conseguente alle devastazioni belliche, Mussolini e più in generale i leader fascisti trovarono il sostegno degli industriali e degli agrari. Le organizzazioni di imprenditori si curano più dei propri interessi che dello stato della democrazia. Non a caso la ministra Boschi, a Bolzano, di fronte all’Assemblea degli industriali con il suo presidente nazionale Boccia, ha vantato la rapidità decisionale e la stabilità di governo che le nuove norme garantirebbero. Conta l’efficienza, poco importa se per ottenerla si deve abbassare il livello di democraticità del sistema politico. Agli agrari dei primi anni ’20 si aggiungono ora i Coldiretti, che non sono più solo i “coltivatori diretti”, ma nella classe dirigente, sono titolari di imprese assai simili a quelle degli “agrari” e perciò con i medesimi interessi, cui si aggiungono promesse governative di tutela delle loro produzioni. Spero solo che la medesima posizione non assumano le organizzazioni degli artigiani e dei commercianti, forse meno condizionabili. Capacità di decisione rapida, mettendo in secondo piano il tasso di democraticità, è anche quello che invoca il giudice Carlo Ancona. Vorrei timidamente osservare come le nuove norme non impediscono agli eletti, anche se nominati, di cambiare opinione nel corso dei cinque anni di legislatura: possono costituire gruppi autonomi che non obbediscono più a chi li ha nominati. Il principio maggioritario nelle leggi elettorali vige dal 1994 e non è valso a scongiurare crisi di governo e interruzioni di legislatura. Non lo è valso neppure il potere di nomina dei parlamentari da parte dei vertici di partito; si pensi all’attuale legislatura: eletti preordinati nelle liste del medesimo partito che hanno poi costituito partiti e gruppi parlamentari autonomi. All’aver fatto diminuire il livello di democraticità nella scelta dei parlamentari (fino a infrangere la Costituzione) non ha corrisposto un maggior controllo di parlamentari da parte dei leader, alimentando trasformismi indegni. Come si fa a dire che con le nuove norme costituzionali certamente si avrà maggiore stabilità dei Governi?. Certo si saprà chi ha vinto la sera dello spoglio delle schede, ma non si saprà quanto a lungo il Governo durerà.
La macchina della propaganda per il sì è stata avviata con forze soverchianti governative ed economiche. Spero che i giornali e in generale i mass-media diano spazio anche a chi obietta!

(scritto il 7/6/2016)

Buona scuola e autonomia: equivoci

L’editoriale di Pierangelo Giovanetti direttore de l’Adige espone i motivi per i quali i provvedimenti presi dal Governo Renzi sulla scuola, in via di recepimento-adattamento da parte del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento, sono non solo a parole, ma anche nei fatti, a suo parere, in direzione di una “buona scuola”, data la loro ispirazione a principi regolatori quali la valorizzazione del merito degli insegnanti e l’autonomia di chiamata (con limiti) degli insegnanti da parte del dirigente scolastico.
Ricordo che fu proprio la Federazione Provinciale delle Scuole Materne, già oltre trent’anni fa, per impulso e guida dell’allora Direttore prof. Gino Dalle Fratte e con l’aiuto di un gruppo di docenti universitari, a lanciare con la Conferenza Nazionale delle Autonomie, il principio dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, concepite come “scuole di comunità”. Dopo molti anni di impegno qualcosa venne fatto a livello nazionale e ora il Governo Renzi parrebbe aver voluto proseguire. Vi è in realtà una differenza con quella impostazione: l’autonomia scolastica era fondata sulla “comunità” (che vedeva il concorso di responsabili istituzionali, genitori-studenti, docenti), mentre nei provvedimenti di Renzi la responsabilità è del dirigente scolastico, secondo un modello “manageriale” anziché “comunitario” e la differenza non è da poco.
Avendo fatto parte dell’équipe che elaborava le proposte, non potrei che approvare i nuovi provvedimenti, se nel frattempo non avessi fatto l’esperienza dell’autonomia in ambito universitario, che, contrariamente alle attese, le stesse enunciate nell’editoriale, ha invece prodotto un netto degrado della qualità dell’insegnamento universitario. La ragione? La realtà è diversa da quella teorizzata. Le università hanno usato della loro aumentata autonomia per moltiplicare corsi di studio (che consentono di creare nuovi posti di insegnamento, a danno dei fondi di ricerca), disseminare sedi universitarie staccate, chiamare a insegnare non le persone più qualificate, ma quelle più legate da relazioni personali con coloro che avevano il potere di determinare l’esito dei concorsi (e poi di chiamata). E così l’autonomia ha aumentato il “localismo” e il “particolarismo” nella scelta dei docenti, non la qualità.
Si potrebbe dire che comunque l’autonomia e la libertà di iscrizione senza vincoli territoriali porterà a penalizzare le istituzioni scolastiche (i dirigenti) che hanno fatto cattivo uso dei loro poteri. Dall’esperienza si ricava che anche ciò è per gran parte smentito dalla realtà: di fatto genitori e studenti si iscrivono dove è più comodo, quasi sempre la scuola più vicina. Il valore legale del titolo di studio livella di fatto le differenze “qualitative” delle scuole. Inoltre solo i più ricchi possono andare in sedi lontane perché più prestigiose. Senza dire che accertare il livello qualitativo della formazione scolastica impartita è alquanto difficile. Basti vedere in ambito universitario quanti difetti e distorsioni hanno i sistemi messi a punto per giudicare docenti e università, spesso sensibili a criteri “formali” più che sostanziali.
Ho l’impressione che le obiezioni che Giovanetti imputa a un sindacalismo arretrato non siano destituite di fondamento, come la già compiuta esperienza universitaria ha dimostrato. Positivi gli obiettivi che egli enuncia per la qualità dell’insegnamento; assai meno certo che gli strumenti per realizzarli siano adeguati. Soffrono di inadeguata considerazione del fatto che la realtà è diversa da quella supposta.
Da ultimo una nota sulla qualifica di “immorale” all’ostruzionismo messo in atto dalle minoranze per “vendetta”. Per esperienza fatta, maggioranze e minoranze usano dei regolamenti per affermare i propri obiettivi; non ho mai sentito la qualifica di “moralità” o di “immoralità” al riguardo. La maggioranza ha strumenti che possono mortificare le minoranze e li usano disinvoltamente (si vedano i comportamenti del Governo Renzi a proposito di riforme costituzionali e di legge sulle unioni omosessuali); le minoranze ne hanno altri. Meglio sarebbe agire secondo il merito delle questioni, ma il “bon ton” va usato prima di tutto da chi ha dalla sua la maggioranza.

(scritto il 29/5/16)

Pombeni, VitaTrentina e referendum costituzionale

Su Vita Trentina del 29 maggio, rubrica Dialogo aperto, Paolo Pombeni propone sue riflessioni in merito ai cambiamenti della Costituzione che in ottobre verranno sottoposti a conferma o bocciatura da parte del popolo italiano tramite referendum. In altre prese di posizione pubblica Pombeni si è espresso a favore dei cambiamenti, sostanzialmente in nome del principio che la cosa più importante è che si formi un governo, poco importa se sostenuto dalla maggioranza dei cittadini.
Ciò che in particolare mi ha colpito dell’intervento di Pombeni su VT sono l’affermazione che i vescovi italiani abbiano raccomandato di votare a favore di tali cambiamenti e la scarsa considerazione delle obiezioni.
Non ho avuto notizia di pronunciamenti al riguardo dei vescovi italiani (rappresentati nella Conferenza Episcopale Italiana): forse Pombeni potrebbe citare il documento. Non mi pare che neppure nel più ampio magistero sociale della Chiesa vi sia una pronuncia secondo la quale la rappresentatività democratica delle istituzioni politiche deve cedere il passo alla facilità, alla rapidità, con la quale le autorità di governo possono assumere decisioni.
Sorprende anche il fatto che Pombeni riduca le obiezioni a “un mix di pregiudizi e di interessi al mantenimento dello status quo”, cui evidentemente è da lui ricondotto anche il pensiero di “stimati costituzionalisti”, che menziona in precedenza (salvo che non lo consideri irrilevante).
Pombeni dovrebbe sapere che sul fronte critico ci sono anche quelle parti di mondo politico che in modo esplicito e prevalente si ispirano al pensiero sociale cristiano, non certo riconducibili a “politici populisti, rancorosi”. Sono confluite nel “Comitato Popolare per il NO” presieduto da Giuseppe Gargani, parte della Federazione Popolare. Ma vi sono molti altri Comitati per il No, ai cui aderenti le qualificazioni di Pombeni sono del tutto inappropriate.
Forse sarebbe più produttivo per una scelta consapevole dei cittadini entrare non propagandisticamente nei contenuti dei tanti cambiamenti, ma offrire elementi di valutazione, da rapportare ai valori della democrazia rappresentativa e partecipativa. Gli slogan lanciati da Renzi sono per lo più semplificazioni propagandistiche. Non sono tanto alcuni degli obiettivi enunciati da Renzi a sollevare problema, ma la rispondenza delle modifiche a tali obiettivi senza compromettere valori fondamentali, quali la democraticità di un sistema politico e il principio di sussidiarietà, opposto al centralismo statalista che viene ripristinato da Renzi.
Penso che VT avrà occasione, nei mesi prossimi, di fornire tali elementi di valutazione ragionata, evitando di limitarsi a giudizi sommari, come purtroppo sulla questione Paolo Pombeni, ha fatto.

(scritto il 4/6/2016)

Trentino ed efficienza amministrativa: il caso di rinnovo della patente

di il 25 agosto 2016 in servizi pubblici con Nessun commento

Tra i miei colleghi non trentini non era raro sentire apprezzamenti positivi per ‘efficienza amministrativa del Trentino e di solito veniva fatta risalire alla tradizione austro-ungarica. Penso sia importante investire per mantenere tale costume amministrativo, anche se l’italianizzazione del Trentino pare un processo ormai molto avanzato e di efficienza amministrativa non si parla.
Le porto un caso che ho vissuto per la seconda volta in due anni; un problema minimo tra i tanti, ma credo segnali una certa sciatteria amministrativa che sta guadagnando spazio. Ho una patente di guida BE, necessaria per trainare i rimorchi che mi sono utili per trasporto di animali e di fieno e il rinnovo deve essere fatto con visita medica presso una Commissione provinciale, previe altre visite mediche e prove (ciascuna necessitante apposito appuntamento e versamenti). Al cittadino non è dato di sapere quanto tempo prima della scadenza della patente è necessario avviare il processo di rinnovo; a costituire un’incognita è soprattutto la visita finale presso la Commissione medica provinciale. Quest’anno ho cominciato un paio di mesi prima della scadenza, con più anticipo rispetto al rinnovo precedente, ma ciò non è stato sufficiente. La visita è stata fissata un mese dopo la scadenza. Per ovviare al problema di non poter guidare con una patente scaduta, l’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari invita a recarsi presso gli uffici della Motorizzazione civile per fare una domanda di proroga, accompagnata da una marca da bollo di 16 euri. Serve una mattinata di coda, con una doppia attesa, una per fare la domanda e una per ottenere la dichiarazione di proroga.
Un’amministrazione efficiente dovrebbe prima di tutto stabilire con quanto anticipo serve avviare la pratica di rinnovo; in secondo luogo qualora l’APSS non riesca a rispettare tali tempi, dovrebbe essa curare d’ufficio la proroga della patente per il tempo necessario, senza oneri per il cittadino. Attualmente, invece, le difficoltà dell’APSS a fissare in tempi ragionevoli e prevedibili la conclusione del processo di rinnovo viene scaricata sul cittadino, procurando addirittura un’entrata aggiuntiva (la marca da bollo) alla casse pubbliche.
Si può sperare che qualcuno, in Provincia, si dedichi a rivedere le procedure amministrative, non solo per il caso sollevato, dimostrando che la tradizione di buona amministrazione in Trentino non è morta?

(scritto il 18/6/16)

Terzo Statuto per il TNAA: alti rischi

Alcune dichiarazioni del Presidente della Repubblica Mattarella contenute nella sua “lectio” a Pieve Tesino tenuta il 18 di agosto a celebrazione del ruolo avuto da Alcide Degasperi nella nascita della Repubblica Italiana e nei suoi primi anni sono state da molti interpretate come garanzia circa il futuro dell’autonomia speciale del Trentino-Alto Adige/Suedtirol. Nell’editoriale di domenica scorsa Pierangelo Giovanetti le definisce “la base solida e condivisa su cui costruire il nuovo Statuto”. Vi aggiunge che il Trentino-Alto Adige, grazie a quanto previsto dalle modifiche della Costituzione che saranno sottoposti a referendum, godrebbe di una duplice garanzia circa il rispetto della propria autonomia, la “clausola di salvaguardia” che sarebbe “una blindatura dell’Autonomia” e il principio dell’”intesa” circa i contenuti della revisione statutaria.
Nello stesso numero de l’Adige è dato rilievo, già dalla prima pagina, al problema delle “competenze da mettere in salvo”. Prima il sen. Panizza e da poco lo stesso Presidente della Provincia Rossi, intendono chiarire con il Governo quale sarà il destino delle competenze attuali della Provincia, dato che per le regioni ad autonomia ordinaria è prevista una netta riduzione della loro autonomia legislativa, ristatalizzando competenze prima regionali, anche se per lo più concorrenti. Evidentemente anche chi ha sostenuto il Governo e i cambiamenti della Costituzione nutre dei dubbi sulla portata della “clausola di salvaguardia”, che nei fatti ha un valore solo procedurale, senza indirizzi di contenuto diversi da quelli validi per le altre regioni, così come nutre dei dubbi sul fatto che la clausola dell’”intesa” consenta di evitare esiti non voluti, come invece succedeva nelle norme costituzionali approvate in Parlamento nel 2001 dal centro-destra e poi non approvate nel successivo referendum per lo schieramento del centro-sinistra sul no. Non solo le bozze di normative destinate a regolare l’intesa, ma la stessa esperienza di che cosa significhi “intesa” ad es. per le decisioni inerenti all’autostrada della Valdastico, fanno supporre che una maggioranza qualificata in Parlamento possa prevalere in caso di mancata intesa tra Governo e le nostre istituzioni autonome.
Non si può tacere, poi, sul fatto che le nuove modifiche costituzionali reintroducono la possibilità per i poteri centrali di emettere, anche annullando leggi regionali, norme proprie anche in campi di competenza regionale (provinciale) primaria, qualora a loro giudizio lo richieda “l’interesse nazionale”. Giovanetti evoca i frequenti conflitti di competenza presso la Corte Costituzionale dovuti al concorso di competenze statali e regionali sulla medesima materia; potrebbe anche ricordare i frequenti conflitti presso la Corte Costituzionale tra Sato e regioni (anche autonome) proprio per il modo nel quale i poteri statali (Governo e sua maggioranza parlamentare) usavano del concetto di “interesse nazionale”. Una grande conquista delle autonomie, la sottrazione delle loro potestà normative da parte del Governo grazie a dichiarazioni arbitrarie di ciò che richiede l’interesse nazionale, viene perduta.
Vi sono altre ragioni di fondo attinenti alla democraticità delle nostre istituzioni (basti citare l’istituzionalizzazione del primato del Governo nel processo legislativo, che il principio della divisione del poteri assegna invece al Parlamento, legittimando gli abusi già attualmente praticati), ma credo per le popolazioni del Trentino-Alto Adige già sufficienti le ragioni attinenti all’autonomia per restare sorpresi dalla sicurezza con la quale esponenti delle associazioni imprenditoriali, sindacali, giornalisti, membri di partiti autonomisti spingono a un voto SI’ al prossimo referendum. Capisco come lo facciano i senatori e i deputati regionali del PD, che in nome del sostegno al loro leader Renzi, si privano della libertà di dire sinceramente come stanno le cose. Non lo capisco per altri, se non per una sorta di compiacenza ideologica o di schieramento. Spero che PATT e SVP siano sempre degni degli ideali autonomisti.
Nel suo editoriale il Direttore Giovanetti giudica da superare i riferimenti alle “tutele inteernazionali”, per guadagnare sul campo della migliore amministrazione la legittimazione dell’autonomia speciale. Giusta la petizione di principio per il migliore governo (che fu anche di Degasperi), ma giudicare superati i richiami alle tutele internazionali mi sembra togliersi i ramponi per camminare sul ghiaccio. Quando il Governo Berlusconi, nel 1994, progettava riduzioni della nostra autonomia, solo gli interventi, sollecitati dalla SVP, di Austria e Germania frenarono e fermarono tali progetti. Stesso rischio a mio avviso presenta l’avvio di un processo che porti il Parlamento a decidere su un terzo Statuto. Molto più saggio tenersi i ramponi ben allacciati. Meglio pensare ad aggiustamenti dello Statuto attuale, che potrebbero essere minimi e non necessari se il referendum d’autunno bocciasse le modifiche costituzionali volute dal Governo. Il clima generale nei confronti delle specialità autonomiste (e dell’autonomia più in generale) è sfavorevole anche in Parlamento e nessuna parola della “lectio” di Mattarella si tradurrebbe in suo rifiuto di firmare una legge sullo Statuto sgradita agli autonomisti trentini. Una conquista fondamentale per le popolazioni trentine, ottenuta soprattutto grazie ad Alcide Degasperi, non può essere giocata al tavolo da poker della politica trentina e sudtirolese. Non è un gioco e al tavolo vi possono essere dei bari.

(scritto il 22/8/16)

difesa degli orsi e attacchi ai motociclisti

di il 25 agosto 2016 in natura e ambiente con Nessun commento

Nella comunità trentina si registrano posizioni che fanno riflettere. L’ultima è quella dell’assessore provinciale Dallapiccola, del PATT, che esalta la moltiplicazione degli orsi in Trentino, segnale, a suo dire, di un territorio che ha riacquistato la sua integrità naturale. Ammesso che lupi, linci, orsi siano testimoni di un territorio tornato alla natura di un tempo, v’è da chiedersi a chi giovi tale ritorno, a chi tale ritorno sembri un progresso. Non certo agli allevatori, cui i risarcimenti non coprono il danno morale (e neppure tutto quello materiale), e suona strano che un assessore all’agricoltura sacrifichi gli interessi degli allevatori. Si suggerisce di usare recinzioni elettrificate (che non fermano nessun animale selvatico e a volte neppure quelli allevati, esperienza diretta pluriennale) e di far rientrare in stalla gli animali per la notte. Ma dove le stalle non ci sono? Capita di norma per il pascolo in alta montagna di pecore, capre, asini, che utilizzano pascoli marginali altrimenti destinati all’abbandono. Ma gli obiettivi delle politiche agricole e ambientali non mi pare inducano ad abbandonare i pascoli marginali! Contraddizione evidente! Conclusione: per orsi e lupi è tutelato l’interesse (estetico-ideologico) del cittadino per lo più urbano, di classe medio-alta, che ama sentirsi “progressista”, tendenzialmente di sinistra e che magari in montagna ci va poco anche per passare il suo tempo libero. Dallapiccola dice che il Trentino contribuisce a salvare delle specie minacciate di estinzione; ma dove? Vi sono spazi dove orsi e lupi prosperano!
Ma v’è un’altra “campagna” che rivela l’attenzione ai medesimi interessi: è quella contro l’uso delle moto, specie per escursioni estive sulle strade di montagna. Danno fastidio se si muovono a gruppi numerosi e ad alta velocità, ma non si fa analoga campagna per limitare l’uso dell’automobile che congestiona strade e autostrade. Il motociclista escursionista è generalmente di classe medio-bassa (i ricchi, le classi medio-alte, hanno altri passatempi e usano altri mezzi per spostarsi per gli svaghi) ed è percepito come “non progressista”. Ragioni per le quali non merita molta considerazione. La musica strapazzata in ambienti inadatti (luoghi aperti di montagna) è celebrata per le Dolomiti (e il relativo congestionamento di strade e parcheggi non conta). A contare sono gli interessi (anche solo ideologici o estetici) di chi la moto non la usa, perché usa l’automobile, ma gari di buona cilindrata, o usa l’aereo, sono gli interessi degli intellettuali, che si pongono una spanna sopra quei “buzzurri” delle moto, certo lontani dalla sensibilità “politica” di sinistra.
Scelte in apparenza “progressiste”, ambientaliste, di sinistra, in realtà mascherano la sensibilità tipica di classi medio-alte, cui lo sbranamento di animali allevati dicono poco, un trascurabile incidente di percorso, cui il togliere dalla circolazione le moto rappresenta solo un trascurabile costo esigito dal progresso e dalla tutela ambientale.
E’ questo il Trentino che la classe dirigente sta costruendo? Alla faccia degli allevatori “marginali” e di chi per girare usa la moto?

(scritto l’8/8/2016)

Diocesi di Trento: trasparenti le nomine degli insegnanti di religione?

di il 25 agosto 2016 in etica pubblica, religione con Nessun commento

Non sono rari i richiami di autorità ecclesiali all’uso del potere in modo trasparente; similmente accade per evitare penalizzazioni alla donna a causa di maternità. Sono giusti ma si resta perplessi quando è la stessa amministrazione di una diocesi a contravvenire alle indicazioni etiche dell’autorità ecclesiale.
Avendo occasione di sentire ciò che accade nell’assegnazione dei posti di insegnanti di religione cattolica, mi pare che la logica delle raccomandazioni sia tutt’altro che bandita. Si è conclusa correttamente la vicenda del concorso, dopo varie incertezze e ricorsi alla magistratura. Vige, invece, una pratica talora poco trasparente nell’assegnazione di incarichi. Se si vuole che un’insegnante in posizione meno favorevole di graduatoria o in una graduatoria di ordine inferiore occupi un certo posto a scapito di una persona in posizione più favorevole, si trova il modo di farlo. Magari facendo predisporre un progetto didattico (mai prima preannunciato), che sottrae il posto alle graduatorie. Senza contare gli insegnanti che sono nominati a prescindere da graduatorie. Se un insegnante non piace, si trova il modo di fargli mutare scuola nominando un religioso o una religiosa in quel posto. Possibile che la Curia vescovile non sia esempio di trasparenza, pubblicando in anticipo l’elenco dei posti disponibili e seguendo l’ordine di graduatoria? Una cosa è poter dichiarare la non idoneità all’insegnamento della religione cattolica; un’altra agire in modo non trasparente, seguendo logiche di raccomandazione.
Cosa se ne può pensare se una dirigente scolastica da una valutazione critica di un’insegnante di religione solo perché ha fruito del congedo per maternità? Giusto qualificare l’insegnante come poco impegnata perché assente da scuola per maternità, e quindi senza la possibilità di organizzare iniziative extra-programma? E possibile che la Curia adduca poi tale valutazione a motivazione di scelte non secondo graduatoria?
Da parlamentare ho sperimentato come sia frequente a Roma l’uso della segnalazione, senza la quale le pratiche “dormono”; la buona amministrazione di stampo austro-ungarico in Trentino mi pareva meno soggetta a tale prassi. E’ troppo aspettarsi che anche nella diocesi di Trento sia migliore la pratica amministrativa curiale? Altrimenti i richiami alla correttezza di Papa Bergoglio e arcivescovi trentini sono minati nel loro significato per i comuni cristiani.

Elezioni comunali a Primiero San Martino di Castrozza: uno sguardo a liste e programmi

Nei giorni scorsi sono state fatte conoscere ai residenti le idee programmatiche delle diverse liste in competizione nelle prossime elezioni del comune di Primiero San Martino di Castrozza. Sono cinque liste civiche, tre in coalizione con lo stesso candidato sindaco.

Dopo la lettura dei vari programmi, mi sono chiesto che cosa differenzi le cinque liste: per gran parte i contenuti sono i medesimi. Ci sono proposte particolari: cito quella della lista in appoggio al candidato sindaco Paolo Simion: impiegare il patrimonio di utili di ACSM (azienda consorziale elettrica e altro dei comuni), ora tenuti in banca (circa 23 milioni), per costituire un fondo di rotazione per investimenti di operatori privati (in effetti nel bilancio consolidato di ACSM non c’è una riga per spiegare se e come tali denari, non pochi, verranno impiegati), ma per lo più vi sono coincidenze.

Abituato a leggere al di sotto dei programmi o in dichiarazioni di principio sensibilità valoriali diverse, si stenta molto a trovarne. Una lista ha forse una sensibilità ambientalista maggiore, ma questa è comune a tutte. Un’altra è un po’ più precisa in merito al sostegno alle famiglie, ma l’affrontare il problema della migliore conciliazione tra lavoro e famiglia è comune. Nessun cenno ai temi divisivi che vanno per la maggiore a livello trentino e nazionale (oltre che europeo).

Parlando con un mio cognato, che conosce meglio di me le parentele dei quattro ex-comuni ora uniti, mi diceva che per la prima volta non vi sarà un voto di parentela: salvo eccezioni di gruppi parentelari senza candidati, le parentele più consistenti sono divise tra più liste e tra più candidati sindaci. Io stesso ho due nipoti (figli di sorelle) candidati in due liste con due candidati sindaci diversi. Altri amici con comuni storie politiche sono in un’altra lista ancora.

Ci si può allora chiedere che cosa motivi la proliferazione di liste: non l’ideologia, non i programmi, non le parentele. Ipotizzerei che il collante sia l’alleanza tra alcuni amici, tali da tempo o tali per aver avuto occasione di stare insieme per qualche attività. L’obiettivo: poter dire la propria, poter mettersi alla prova nella comunità più ampia, evitare che persone poco stimate governino la comunità locale, in qualche caso potersi spartire un po’ di “rendita politica” (cariche, incarichi, contratti, scelte urbanistiche, ecc.). L’immagine di ciascuna lista può essere diversa: ex-amministratori di maggioranza degli ex comuni, operatori economici, “giovani”, ambientalisti, “ex-oppositori”, ma essa rimanda più alle ragioni del coagulo interpersonale che a diversità di scelte politico-amministrative. L’aumentare poi il numero dei “coagulati” fino a giungere a completare la lista o ad avere le “donne” necessarie porta a ulteriore “varietà”.

Due considerazioni sulle liste “mancate”: a parte la provocazione per lo più solo mediatica del sindaco di Mezzano, sono quelle che facevano capo a Marco Depaoli e a Walter Taufer. La candidatura di Marco Deapoli aveva certamente un sapore più politico: che sia mancata è un segno della debolezza dell’appartenenza ai partiti, anche a quelli del “centro-sinistra autonomista” (gli altri non hanno neppure provato). Quella di Walter Taufer (amico da molti anni), aveva un sapore più civico, ma ha pagato lo scotto di una presenza quasi esclusiva a Siror: un coagulo di amici troppo limitato, per di più “colpevole” di non aver sostenuto esplicitamente lo scorso anno il progetto di fusione, anche se ora ne prendeva atto e vi si impegnava.

Cinque liste e tre candidati sindaci danno l’impressione di una comunità divisa; in realtà è divisa solo per le reti fiduciarie interpersonali, necessariamente di “piccolo gruppo”, cui sono connesse parzialmente moderate divisioni di interessi (spartizione della rendita politica). Non è divisa, invece, sui valori e sugli obiettivi da raggiungere. E questo è importante per avere qualche incidenza sulle scelte politiche provinciali. Galleria e non variante di percorso per l’accesso al Rolle, miglioramento della strada dello Schener, circonvallazione dell’abitato multicentrico comunale di fondovalle, autonomia nell’uso delle risorse energetiche (no a incorporazioni di ACSM e Primiero Energia), investimenti nel sistema impiantistico e nel collegamento San Martino-Rolle, mantenimento dei servizi scolastici, sono solo alcuni dei temi nel quali Primiero si presenta unita nel confronto con la Provincia, titolare di competenze e denaro pubblico per esercitarle. E’ un fatto positivo.

Xenofobia: uso improprio del termine

di il 7 maggio 2016 in migrazioni con Nessun commento

In questi giorni è frequente l’uso del termine “xenofobia” per qualificare la caratteristica dominante di posizioni politiche che propongono limiti più o meno stretti all’entrata di immigrati nel territorio di uno stato. E così giudicato espressione di xenofobia il successo del candidato del Partito Liberale in Austria, come lo sono le decisioni del Governo austriaco circa il controllo del confine del Brennero, ecc.. Anche l’articolo di Gianni Bonvicini su l’Adige del 28 aprile parla di “destra xenofoba” a proposito di partiti che in alcuni paesi (oltre a Austria, Ungheria, Polonia, anche Francia, Gran Bretagna, Svezia, ecc.) hanno consensi crescenti su posizioni di stretto controllo dell’immigrazione. Credo che valga la pena approfondire la natura dei fenomeni che sono a mio avviso indebitamente accomunati come xenofobia.
La “fobia” è una irrazionale, istintiva, paura, fino a giungere al panico. L’esempio più ricorrente e che ho visto in compagni di viaggio è la “claustrofobia”, ossia il forte istintivo disagio nel viaggiare ad es in una lunga galleria o nello scendere in una profondo pozzo di una miniera. Nel caso della xenofobia si sperimenterebbe un forte disagio a stare ad es. in una grande piazza affollata di stranieri. C’è chi prova il disagio anche se si trova nella piazza affollata da connazionali: si parla di “agorafobia”. Si può certamente provare disagio (sento amici che me ne parlano) se in piazza Dante o in alcune vie del centro storico si cammina incontrando solo molte persone straniere: è un sintomo di xenofobia. Non mi pare però che siano queste le ragioni per le quali si chiamano xenofobe le posizioni politiche di chi non desidera che vi sia un’immigrazione numerosa di stranieri. Le ragioni stanno nel voler qualificare negativamente tali posizioni. Al fondo sta la legittimazione o meno dell’autogoverno dei popoli, che sta alla base dello stato moderno (sovranità, popolo, territorio). Generalmente è ancora accettato che le famiglie che abitano in una casa possano chiudere le porte e decidere se e a chi aprirle. E’ invece sempre più messo in questione il diritto di un popolo che vive da sovrano in un territorio di decidere se e chi far entrare nel suo territorio. Tutta l’ideologia dello stato nazionale è basata sul potere di autogoverno di un popolo che parla per lo più la medesima lingua e ha vissuto vicende storiche comuni. Nella dialettica destra-sinistra è certamente la destra a sentire di più il valore della nazione, ma basterebbe ricordare che fu Giuseppe Stalin, che le sinistre hanno celebrato fino a che Kruschev non ne ha denunciato i delitti, a scrivere un saggio che valorizzava la nazione, a correzione del tradizionale “internazionalismo” socialista.

La Costituzione italiana, certo non scritta dalle destre nazionaliste, dichiara che la sovranità appartiene al popolo, e il popolo è la nazione italiana, con un suo proprio territorio “nazionale”. Nelle recenti modifiche approvate in Parlamento la preminenza su ogni autonomia è data “all’interesse nazionale”. Accordi e Trattati internazionali possono essere stabiliti, ma il soggetto che in ultima istanza ha il potere è lo Stato nazionale, anche nell’Unione Europea.

La regolazione dei flussi di persone e beni attraverso i confini è quindi un diritto e un potere senza il quale manca la sovranità, manca il potere di governare la collettività che vive nel territorio. Qualificare l’esercizio di tale diritto come espressione di xenofobia è quindi in definitiva fuorviante, buono per una polemica politica artefatta, ma non per capire la natura dei fenomeni sociali e politici relativi alla gestione dei confini.

Si tratta di una situazione da superare, orientando gli assetti politici verso uno stato non più nazionale, ma globale, dove i confini interni sono semplici confini amministrativi? Si può coltivare questa prospettiva, ma ho l’impressione che, senza una società e una cultura realmente “globali”, uno stato globale sarebbe in ogni caso fragilissimo, con religioni, valori, lingua, storie, razze (per quanto valga questo concetto) diversi, che favoriscono conflitti e secessioni. Già ci sono difficoltà nella creazione di una società e di una cultura solo “europee”, come si constata anche in questi giorni! E anziché delegittimare chi rivendica un controllo dei confini servirebbe di più un razionale confronto sul regime preferibile di tale controllo.

L’inferma politica trentina: mancano i leoni e le volpi non sono scaltre

Non è una bella stagione per la qualità della politica trentina, stando alle valutazioni che si rincorrono sui giornali locali. Non si sa disegnare il futuro sia dell’economia che dell’assetto istituzionale ed emergono le “magagne” dell’amministrazione “ordinaria”, stretta dalla contraddizione tra gli ideali di buona amministrazione orientata in termini universalistici al bene comune e le pratiche di appropriazione della “rendita politica” offerta dal ricoprire posizioni di potere.

Non sono problemi di oggi. Da quando per vantaggi di potere (accordo elettorale-politico con la SVP) chi governava il Trentino ha posto le basi per rendere il Trentino più solo, distruggendo la dimensione regionale, non è più chiaro come conciliare la persistenza della Regione, necessaria per la legittimazione della speciale autonomia trentina, con la razionalità dell’assetto istituzionale, che poco giustifica enti senza competenze di qualche rilievo. E così oggi si annaspa, mettendo in campo procedure per il “Terzo Statuto” senza prospettive chiare.

Anche per il futuro economico mancano prospettive di medio-lungo periodo: la locomotiva industriale su cui si basava il primo piano urbanistico di Kessler è da tempo ferma e se ne smontano i pezzi; altre attività come quella turistica segnano il passo e con esso l’artigianato e l’edilizia che vi sono connessi; il terziario pubblico deve fare i conti con risorse calanti; gli sforzi di creare imprenditorialità in settori del “terziario avanzato” interessano pochi. L’agricoltura vive la crisi del latte. Valorizzazione di produzioni locali hanno successo, ma restano pur sempre insufficienti a creare una base economica adeguata. Molta cooperazione, specie nel settore del consumo e del credito, soffre crisi economica e di ideali.

E’ sentimento diffuso che questo stato di cose sia il riflesso locale di una crisi generale, che attraversa molta parte della società occidentale, quella che non è all’avanguardia nei processi di innovazione: la fabbrica del mondo è in Cina e in altri paesi asiatici, mentre la capacità di innovare, creando vantaggi competitivi basati sul miglioramento delle conoscenze scientifiche e tecniche, è in ristrette aree dell’Occidente.

Ci si dovrebbe, allora, consolare, vantando la buona amministrazione: onestà, competenza, orientamento al bene comune. E invece anche in Trentino emergono usi del potere politico-amministrativo che testimoniano la permeabilità dell’agire amministrativo agli interessi privati, particolaristici, connessi a amicizie, parentele, clientele. Forse il grado di permeabilità è minore che ad altre latitudini o forse le tecniche di mascheramento di tali interferenze sono più efficaci, come ci insegnano i paesi ritenuti più “corretti”. Basta aver vissuto un po’ di esperienza politica per accorgersi, però, che ovunque la competizione politica porta con sé lotta per appropriarsi della “rendita politica” (contratti, incarichi, cariche in enti e società para-pubbliche, cariche di mero prestigio), la quale viene distribuita in cambio di consenso politico, già avuto (ricompensa) o sperato (caparra). Sociologia e scienza politica lo attestano. E ciò vale anche in qualche misura nei momenti rivoluzionari dei “leoni”, oltre che, con maggior forza, in quelli delle “volpi” come chiamava Pareto i due diversi tipi di leader.

Il Trentino non ha più leoni, ma anche le volpi sono insufficientemente scaltre nel mascherare le loro trame, facendole apparire “buona amministrazione”, onesta, competente, solo orientata al bene comune. Viene il dubbio che di leoni non ne nascano perché la secolarizzazione e il relativismo etico hanno sterilizzato ideali forti e che manchi anche la capacità di avere chiaro cosa sia onesto o disonesto, ciò che sia utile alla comunità tutta, e quale sia la modalità più efficace di realizzarlo.
La sfida da affrontare è quindi prima di tutto culturale, etica e scientifica.

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