Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Elezioni comunali a Primiero San Martino di Castrozza: uno sguardo a liste e programmi

Nei giorni scorsi sono state fatte conoscere ai residenti le idee programmatiche delle diverse liste in competizione nelle prossime elezioni del comune di Primiero San Martino di Castrozza. Sono cinque liste civiche, tre in coalizione con lo stesso candidato sindaco.

Dopo la lettura dei vari programmi, mi sono chiesto che cosa differenzi le cinque liste: per gran parte i contenuti sono i medesimi. Ci sono proposte particolari: cito quella della lista in appoggio al candidato sindaco Paolo Simion: impiegare il patrimonio di utili di ACSM (azienda consorziale elettrica e altro dei comuni), ora tenuti in banca (circa 23 milioni), per costituire un fondo di rotazione per investimenti di operatori privati (in effetti nel bilancio consolidato di ACSM non c’è una riga per spiegare se e come tali denari, non pochi, verranno impiegati), ma per lo più vi sono coincidenze.

Abituato a leggere al di sotto dei programmi o in dichiarazioni di principio sensibilità valoriali diverse, si stenta molto a trovarne. Una lista ha forse una sensibilità ambientalista maggiore, ma questa è comune a tutte. Un’altra è un po’ più precisa in merito al sostegno alle famiglie, ma l’affrontare il problema della migliore conciliazione tra lavoro e famiglia è comune. Nessun cenno ai temi divisivi che vanno per la maggiore a livello trentino e nazionale (oltre che europeo).

Parlando con un mio cognato, che conosce meglio di me le parentele dei quattro ex-comuni ora uniti, mi diceva che per la prima volta non vi sarà un voto di parentela: salvo eccezioni di gruppi parentelari senza candidati, le parentele più consistenti sono divise tra più liste e tra più candidati sindaci. Io stesso ho due nipoti (figli di sorelle) candidati in due liste con due candidati sindaci diversi. Altri amici con comuni storie politiche sono in un’altra lista ancora.

Ci si può allora chiedere che cosa motivi la proliferazione di liste: non l’ideologia, non i programmi, non le parentele. Ipotizzerei che il collante sia l’alleanza tra alcuni amici, tali da tempo o tali per aver avuto occasione di stare insieme per qualche attività. L’obiettivo: poter dire la propria, poter mettersi alla prova nella comunità più ampia, evitare che persone poco stimate governino la comunità locale, in qualche caso potersi spartire un po’ di “rendita politica” (cariche, incarichi, contratti, scelte urbanistiche, ecc.). L’immagine di ciascuna lista può essere diversa: ex-amministratori di maggioranza degli ex comuni, operatori economici, “giovani”, ambientalisti, “ex-oppositori”, ma essa rimanda più alle ragioni del coagulo interpersonale che a diversità di scelte politico-amministrative. L’aumentare poi il numero dei “coagulati” fino a giungere a completare la lista o ad avere le “donne” necessarie porta a ulteriore “varietà”.

Due considerazioni sulle liste “mancate”: a parte la provocazione per lo più solo mediatica del sindaco di Mezzano, sono quelle che facevano capo a Marco Depaoli e a Walter Taufer. La candidatura di Marco Deapoli aveva certamente un sapore più politico: che sia mancata è un segno della debolezza dell’appartenenza ai partiti, anche a quelli del “centro-sinistra autonomista” (gli altri non hanno neppure provato). Quella di Walter Taufer (amico da molti anni), aveva un sapore più civico, ma ha pagato lo scotto di una presenza quasi esclusiva a Siror: un coagulo di amici troppo limitato, per di più “colpevole” di non aver sostenuto esplicitamente lo scorso anno il progetto di fusione, anche se ora ne prendeva atto e vi si impegnava.

Cinque liste e tre candidati sindaci danno l’impressione di una comunità divisa; in realtà è divisa solo per le reti fiduciarie interpersonali, necessariamente di “piccolo gruppo”, cui sono connesse parzialmente moderate divisioni di interessi (spartizione della rendita politica). Non è divisa, invece, sui valori e sugli obiettivi da raggiungere. E questo è importante per avere qualche incidenza sulle scelte politiche provinciali. Galleria e non variante di percorso per l’accesso al Rolle, miglioramento della strada dello Schener, circonvallazione dell’abitato multicentrico comunale di fondovalle, autonomia nell’uso delle risorse energetiche (no a incorporazioni di ACSM e Primiero Energia), investimenti nel sistema impiantistico e nel collegamento San Martino-Rolle, mantenimento dei servizi scolastici, sono solo alcuni dei temi nel quali Primiero si presenta unita nel confronto con la Provincia, titolare di competenze e denaro pubblico per esercitarle. E’ un fatto positivo.

Xenofobia: uso improprio del termine

di il 7 maggio 2016 in migrazioni con Nessun commento

In questi giorni è frequente l’uso del termine “xenofobia” per qualificare la caratteristica dominante di posizioni politiche che propongono limiti più o meno stretti all’entrata di immigrati nel territorio di uno stato. E così giudicato espressione di xenofobia il successo del candidato del Partito Liberale in Austria, come lo sono le decisioni del Governo austriaco circa il controllo del confine del Brennero, ecc.. Anche l’articolo di Gianni Bonvicini su l’Adige del 28 aprile parla di “destra xenofoba” a proposito di partiti che in alcuni paesi (oltre a Austria, Ungheria, Polonia, anche Francia, Gran Bretagna, Svezia, ecc.) hanno consensi crescenti su posizioni di stretto controllo dell’immigrazione. Credo che valga la pena approfondire la natura dei fenomeni che sono a mio avviso indebitamente accomunati come xenofobia.
La “fobia” è una irrazionale, istintiva, paura, fino a giungere al panico. L’esempio più ricorrente e che ho visto in compagni di viaggio è la “claustrofobia”, ossia il forte istintivo disagio nel viaggiare ad es in una lunga galleria o nello scendere in una profondo pozzo di una miniera. Nel caso della xenofobia si sperimenterebbe un forte disagio a stare ad es. in una grande piazza affollata di stranieri. C’è chi prova il disagio anche se si trova nella piazza affollata da connazionali: si parla di “agorafobia”. Si può certamente provare disagio (sento amici che me ne parlano) se in piazza Dante o in alcune vie del centro storico si cammina incontrando solo molte persone straniere: è un sintomo di xenofobia. Non mi pare però che siano queste le ragioni per le quali si chiamano xenofobe le posizioni politiche di chi non desidera che vi sia un’immigrazione numerosa di stranieri. Le ragioni stanno nel voler qualificare negativamente tali posizioni. Al fondo sta la legittimazione o meno dell’autogoverno dei popoli, che sta alla base dello stato moderno (sovranità, popolo, territorio). Generalmente è ancora accettato che le famiglie che abitano in una casa possano chiudere le porte e decidere se e a chi aprirle. E’ invece sempre più messo in questione il diritto di un popolo che vive da sovrano in un territorio di decidere se e chi far entrare nel suo territorio. Tutta l’ideologia dello stato nazionale è basata sul potere di autogoverno di un popolo che parla per lo più la medesima lingua e ha vissuto vicende storiche comuni. Nella dialettica destra-sinistra è certamente la destra a sentire di più il valore della nazione, ma basterebbe ricordare che fu Giuseppe Stalin, che le sinistre hanno celebrato fino a che Kruschev non ne ha denunciato i delitti, a scrivere un saggio che valorizzava la nazione, a correzione del tradizionale “internazionalismo” socialista.

La Costituzione italiana, certo non scritta dalle destre nazionaliste, dichiara che la sovranità appartiene al popolo, e il popolo è la nazione italiana, con un suo proprio territorio “nazionale”. Nelle recenti modifiche approvate in Parlamento la preminenza su ogni autonomia è data “all’interesse nazionale”. Accordi e Trattati internazionali possono essere stabiliti, ma il soggetto che in ultima istanza ha il potere è lo Stato nazionale, anche nell’Unione Europea.

La regolazione dei flussi di persone e beni attraverso i confini è quindi un diritto e un potere senza il quale manca la sovranità, manca il potere di governare la collettività che vive nel territorio. Qualificare l’esercizio di tale diritto come espressione di xenofobia è quindi in definitiva fuorviante, buono per una polemica politica artefatta, ma non per capire la natura dei fenomeni sociali e politici relativi alla gestione dei confini.

Si tratta di una situazione da superare, orientando gli assetti politici verso uno stato non più nazionale, ma globale, dove i confini interni sono semplici confini amministrativi? Si può coltivare questa prospettiva, ma ho l’impressione che, senza una società e una cultura realmente “globali”, uno stato globale sarebbe in ogni caso fragilissimo, con religioni, valori, lingua, storie, razze (per quanto valga questo concetto) diversi, che favoriscono conflitti e secessioni. Già ci sono difficoltà nella creazione di una società e di una cultura solo “europee”, come si constata anche in questi giorni! E anziché delegittimare chi rivendica un controllo dei confini servirebbe di più un razionale confronto sul regime preferibile di tale controllo.

L’inferma politica trentina: mancano i leoni e le volpi non sono scaltre

Non è una bella stagione per la qualità della politica trentina, stando alle valutazioni che si rincorrono sui giornali locali. Non si sa disegnare il futuro sia dell’economia che dell’assetto istituzionale ed emergono le “magagne” dell’amministrazione “ordinaria”, stretta dalla contraddizione tra gli ideali di buona amministrazione orientata in termini universalistici al bene comune e le pratiche di appropriazione della “rendita politica” offerta dal ricoprire posizioni di potere.

Non sono problemi di oggi. Da quando per vantaggi di potere (accordo elettorale-politico con la SVP) chi governava il Trentino ha posto le basi per rendere il Trentino più solo, distruggendo la dimensione regionale, non è più chiaro come conciliare la persistenza della Regione, necessaria per la legittimazione della speciale autonomia trentina, con la razionalità dell’assetto istituzionale, che poco giustifica enti senza competenze di qualche rilievo. E così oggi si annaspa, mettendo in campo procedure per il “Terzo Statuto” senza prospettive chiare.

Anche per il futuro economico mancano prospettive di medio-lungo periodo: la locomotiva industriale su cui si basava il primo piano urbanistico di Kessler è da tempo ferma e se ne smontano i pezzi; altre attività come quella turistica segnano il passo e con esso l’artigianato e l’edilizia che vi sono connessi; il terziario pubblico deve fare i conti con risorse calanti; gli sforzi di creare imprenditorialità in settori del “terziario avanzato” interessano pochi. L’agricoltura vive la crisi del latte. Valorizzazione di produzioni locali hanno successo, ma restano pur sempre insufficienti a creare una base economica adeguata. Molta cooperazione, specie nel settore del consumo e del credito, soffre crisi economica e di ideali.

E’ sentimento diffuso che questo stato di cose sia il riflesso locale di una crisi generale, che attraversa molta parte della società occidentale, quella che non è all’avanguardia nei processi di innovazione: la fabbrica del mondo è in Cina e in altri paesi asiatici, mentre la capacità di innovare, creando vantaggi competitivi basati sul miglioramento delle conoscenze scientifiche e tecniche, è in ristrette aree dell’Occidente.

Ci si dovrebbe, allora, consolare, vantando la buona amministrazione: onestà, competenza, orientamento al bene comune. E invece anche in Trentino emergono usi del potere politico-amministrativo che testimoniano la permeabilità dell’agire amministrativo agli interessi privati, particolaristici, connessi a amicizie, parentele, clientele. Forse il grado di permeabilità è minore che ad altre latitudini o forse le tecniche di mascheramento di tali interferenze sono più efficaci, come ci insegnano i paesi ritenuti più “corretti”. Basta aver vissuto un po’ di esperienza politica per accorgersi, però, che ovunque la competizione politica porta con sé lotta per appropriarsi della “rendita politica” (contratti, incarichi, cariche in enti e società para-pubbliche, cariche di mero prestigio), la quale viene distribuita in cambio di consenso politico, già avuto (ricompensa) o sperato (caparra). Sociologia e scienza politica lo attestano. E ciò vale anche in qualche misura nei momenti rivoluzionari dei “leoni”, oltre che, con maggior forza, in quelli delle “volpi” come chiamava Pareto i due diversi tipi di leader.

Il Trentino non ha più leoni, ma anche le volpi sono insufficientemente scaltre nel mascherare le loro trame, facendole apparire “buona amministrazione”, onesta, competente, solo orientata al bene comune. Viene il dubbio che di leoni non ne nascano perché la secolarizzazione e il relativismo etico hanno sterilizzato ideali forti e che manchi anche la capacità di avere chiaro cosa sia onesto o disonesto, ciò che sia utile alla comunità tutta, e quale sia la modalità più efficace di realizzarlo.
La sfida da affrontare è quindi prima di tutto culturale, etica e scientifica.

Struttura culturale diocesana a Trento e scelta di una coordinatrice di un dibattito sull’utero in affitto assai “comprensiva”

i giornali locali del 9 marzo scorso hanno dato ampio spazio a un’iniziativa di Religion today, la programmazione del film-documentario “Mother India” presso il Polo Culturale Diocesano di via Endrici, con successivo dibattito. Non sono andato a vedere il film dopo che ho letto che la conduttrice del dibattito, la ricercatrice Lucia Galvagni, nell’intervista che ha dato ai giornali, ha rilasciato dichiarazioni vicine alle tesi dei sostenitori dell’”utero in affitto”. Laureata alla Cattolica di Milano, è ricercatrice alla Fondazione Kessler.

Mi chiedo se tra le finalità del nuovo Polo Culturale Diocesano vi sia quella di farsi megafono di tesi etiche che contrastano in modo netto con il pieno rispetto della vita umana, dei figli e delle donne. La ricercatrice afferma che, dopotutto, in India “la maternità surrogata è diffusa da sempre, ed è largamente accettata” e questo non può che farci constatare come su questo punto “le culture hanno punti di vista molto diversi”. Non ammesso e non concesso che la capacità indiana “da sempre” abbia saputo compiere pratiche di fecondazione artificiale necessarie alla pratica della maternità surrogata (altra cosa cedere un proprio figlio- magari adulterino- al padre o ad altra famiglia, come in passato poteva essere accaduto, peraltro in gran segreto e di nascosto, per lo più da parte di madri povere), sorprende che si adotti un criterio etico totalmente relativista; ho conosciuto in Africa culture che avevano praticato e praticavano sacrifici umani e in Asia sud-orientale che avevano praticato il cannibalismo (con capanne che avevano all’esterno la gabbia per il nemico da mangiare). Credo che, almeno in ambito diocesano, chi guida i dibattiti debba saper giudicare eticamente anche le culture.

Ancora, la ricercatrice afferma che, sebbene ci siano posizioni diverse in materia, “non sembrino emergere reali problemi” dal fatto che i bambini, con la pratica dell’utero in affitto, siano cresciuti in unioni di persone o famiglie diverse da quelle del padre e della madre: quello che conta sarebbero “le interazioni interpersonali”. E’ esattamente la posizione dei sostenitori dell’adozione di figli da parte di coppie o singoli che ricorrono all’utero in affitto. La ricercatrice non spende una parola per giustificare tale affermazione conclusiva e tace sulle molte risultanze di indagini scientifiche che provano il contrario. Per la ricercatrice invitata a guidare il dibattito al Polo Culturale Diocesano non risulta neppure chiaro, secondo la bioetica, che un bambino abbia diritto a conoscere chi sono i suoi genitori biologici. La fecondazione assistita, afferma, “e’ un modo per aiutare le famiglie, come i “modi alternativi per procreare dei figli e trasmettere la vita”.

Non mi meraviglia che una ricercatrice, anche se laureata alla Cattolica e iscritta a un centro costituito in un’università cattolica gesuita di Washington, sostenga posizioni come quelle enunciate: rientra nella sua libertà. Mi meraviglia che una persona con tali posizioni etiche e culturali sia incaricata di guidare un dibattito in un ambiente diocesano e nell’ambito di un’iniziativa culturale che dalla diocesi ha sempre avuto sostegno. E’ stato voluto o è stato un infortunio? In entrambi i casi ai comuni membri della comunità cristiana non resta che tristezza.

PS Il responsabile del Polo culturale diocesano su Vita Trentina rifiuta critiche

utero in affitto e solidarietà: ma per chi?

Sul penultimo numero di Vita Trentina padre Livio Passalacqua, nella sua rubrica, affronta il tema dell’”utero in affitto”. Chiara la sua valutazione negativa della mercificazione della donna connessa alla pratica dell’affitto dell’utero per avere un figlio. La sua lucidità mi pare persa, però, se alla base della “gestazione per altri” vi sono motivazioni non venali. Vi sono casi che, per padre Passalacqua, inducono sentimenti di umana comprensione, che lo portano a riprendere quella frase del Papa in un’intervista, per la verità manipolata, sugli omosessuali: “chi sono io per giudicare?”, aggiungendo che al riguardo “individuare il confine tra il bene e il male oggettivamente è arduo”.

Ricordo come, quando in Parlamento venne discussa la legge sulla fecondazione artificiale, era chiaro che la fecondazione artificiale, secondo l’insegnamento della Chiesa, era moralmente un male, anche se omologa; che ora per padre Passalacqua non si possa dire “oggettivamente” un male la fecondazione artificiale eterologa accompagnata da uso di una donna come incubatrice suona quanto meno strano. Il “chi sono io per giudicare” può valere per la dimensione “soggettiva”; se viene usato anche, come egli scrive, per quella morale “oggettiva”, della “materia”, come si sarebbe detto una volta, contravveniamo all’insegnamento della Chiesa, che al riguardo si è chiaramente pronunciata.

Padre Passalacqua elenca casi nei quali la “comprensione”, l’astensione dal giudizio morale sulla “materia”, sono più appropriati della condanna anche solo sul piano “oggettivo”. Sorprende che nel descrivere questi casi, che per la verità mi appaiono tutt’altro che atti a giustificare la “pratica” (la gestazione surrogata per una sorella o una figlia, per pietà di una donna senza ovaie, per superare una urgenza economica drammatica, per superare la solitudine, per rendersi utile, per solidarietà con gli omosessuali, per generare senza dover poi tenersi il figlio con l’ansietà di doverlo crescere), mai padre Passalacqua metta nel conto il figlio, che viene generato violando i suoi diritti ad avere un padre e una madre veri, ad avere una sua identità non scissa e conoscibile. Tali diritti sono violati indipendentemente dalle motivazioni della maternità surrogata, siano esse accompagnate da pagamenti o da sentimenti. E ciò non mi pare fatto di poco conto per un giudizio. L’empatia che invoca padre Passalacqua non vale per il figlio?

PS Sull’ultimo numero di Vita Trentina padre Passalacqua ha risposto, preannunciando un chiarimento sulla sua posizione.

L’abito della festa

di il 8 aprile 2016 in religione con Nessun commento

Lo osservavo le domeniche, ma la conferma avuta a Pasqua – distrazioni da sociologo nell’osservare l’abbigliamento delle persone che si recano a ricevere la comunione – suona a conferma forte: la festa religiosa non si distingue dalla ferialità. Quando ero ragazzo c’erano tre tipi di abbigliamento per le persone normali, lavoratori della terra o dell’industria: quello da lavoro, quello che a Primiero si chiamava “di plao” (non so come venga denominato in altri idiomi), ossia feriale non di lavoro, e quello della festa. Per i pochi del ceto impiegatizio l’abbigliamento di lavoro e quello di plao coincidevano. Ma il vestito della festa era qualcosa di diverso, di migliore.
Mio padre, per quello della festa, andava alla Dalsasso di Scurelle, in corriera, a comperare la stoffa e poi se lo faceva confezionare da un bravo sarto di Fiera di Primiero. Per gli altri abbigliamenti si affidava a vestiti già confezionati e di qualità minore.

Non si poteva andare in chiesa di domenica se non con il vestito migliore che si aveva. Se si fosse stati invitati dal Presidente della Repubblica, diceva mio padre, si sarebbe andati a visitarlo con il migliore degli abiti; ma il Dio che si andava a trovare in chiesa valeva ben di più del Presidente della Repubblica.

Oggi la maggior parte della gente, non solo i giovani, ma anche gli anziani, vanno in chiesa la domenica con i vestiti di tutti i giorni, con i vestiti feriali. Anzi, spesso peggio. In ufficio di giorno di lavoro si va vestiti meglio; la domenica ci si mette in libertà, si veste in modo informale: blue jeans, maglietta o camicia non eleganti, una giaccone da ginnastica, (quando non una tuta), scarpe da ginnastica.

Un tempo osservavo come si potesse notare il diverso livello di benessere di un paese dalla qualità media dell’abbigliamento usato la festa; ora non più. Rimangono isole dove l’abbigliamento della festa è ancora usato, anche in chiesa. L’ho visto in Austria e in Baviera, dove si usano ancora i costumi tradizionali. Da noi non più, neppure nella festa del patrono o nelle grandi feste, come la Pasqua. Solo i “sizzeri” o i gruppi folcloristici o le bande ricordano, dove e quando ci sono, la specialità della festa.

Eppure ci sono occasioni nelle quali ci si veste eleganti: se si va a teatro, a un ricevimento, a visitare un’istituzione che richiede l’abito formale ( es. Parlamento, Quirinale). Non è quindi una questione di gusto o di una questione economica, ma della testimonianza della secolarizzazione della domenica: non c’è nessuno di importante da incontrare. E se si crede di incontrare Dio in chiesa, ciò che conta è la sostanza, non la forma. E così si va vestiti alla buona, riservando il massimo di rispetto nel vestire ad altre occasioni sociali.

Sinceramente non mi pare un passo avanti; forse un’educazione religiosa anche in merito all’abbigliamento dei laici la domenica alla messa farebbe bene. In fondo i preti continuano a usare abiti (paramenti) da cerimonia: ci sarà pure un motivo, no? Che dietro alla forma ci sia anche sostanza?

Chiesa cattolica (Papa Bergoglio) e nullità del matrimonio: nuovo rito processuale o allargamento casi di nullità del matrimonio?

di il 25 febbraio 2016 in famiglia, religione con Nessun commento

Sull’ultimo numero di Vita Trentina si dà notizia di una riunione di vescovi del Nord-est italiano per studiare la riforma, voluta da Papa Bergoglio, sui processi dei tribunali ecclesiastici in merito alla nullità dei matrimoni celebrati in chiesa. Non è dato sapere se i vescovi siano entrati nel merito delle nuove norme. Da quanto ho potuto leggere, oltre a una semplificazione delle procedure, si sono specificate cause di nullità del matrimonio come sacramento che si prestano a facili strumentalizzazioni. Tra esse quelle che mi hanno colpito di più sono la “mancanza di fede” di uno dei coniugi, ancor più la non piena consapevolezza di che cosa sia un sacramento e il perdurare di una relazione extraconiugale all’atto del matrimonio. E’ a tutti ovvio come si possa sempre dire, da parte di uno dei contraenti matrimonio, che in chiesa per il matrimonio ci è andato per far contento l’altro coniuge, si può sempre dimostrare che non si è esperti in teologia dei sacramenti e si può trovare un’amico/a che testimoni di aver avuto una relazione con uno dei coniugi anche all’epoca del suo matrimonio.
Non ho la competenza sufficiente per dare un giudizio sulle condizioni affinché il sacramento del matrimonio sia valido e certamente Papa Bergoglio, gesuita, ne sa. Quello che mi fa più problema è trasferire la pronuncia di nullità del sacramento alla nullità del matrimonio. Questo ha un suo fondamento naturale, richiamato anche da Gesù quando disse a proposito del divorzio concesso da Mosè che “all’inizio non fu così”. Se un consenso dato in chiesa non aveva le condizioni per essere considerato “sacramento”, non per questo non non può essere considerato valido come impegno sul piano della natura, della creazione, che non richiede competenze teologiche cristiane, né fede cristiana. Come, allora, può essere dichiarata la nullità del matrimonio? Si dovrebbe dichiarare solo la nullità del sacramento “matrimonio”, senza implicazioni per lo stato civile. Invece la pronuncia del tribunale ecclesiastico sulla nullità, dichiara nullo non solo il sacramento, ma proprio il matrimonio come tale e, in virtù delle norme concordatarie, tale pronuncia ha conseguenze civili, addirittura peggiori, se non erro, della pronuncia di un divorzio, in quanto la nullità decorre dall’inizio della vita comune e quindi priva il coniuge dichiarato “nullo” ossia “mai stato coniuge” dalle tutele date al divorziato. Era solo una coppia di fatto, priva tra l’altro delle garanzie pattizie di natura privata che questa può darsi.
Sui media si è parlato a proposito delle nuove norme ecclesiastiche di “divorzio cattolico”; certamente non lo è in “teoria”; di fatto lo può diventare per la facilità di dichiarare nullo un matrimonio: un solo grado di giudizio, per di più con procedura accelerata e facilità di motivazione.
I vescovi triveneti hanno detto qualcosa al riguardo?

Controlli frontiere interne tra paesi europei: sbagliato drammatizzare

di il 25 febbraio 2016 in migrazioni con Nessun commento

(lettera al Direttore de l’Adige)
Caro Direttore,
il suo editoriale di domenica scorsa 14 febbraio lancia un grido di forte allarme per il futuro dell’Europa: il ripristino dei controlli dei flussi di persone ai confini tra gli stati dell’Unione (per la precisione, tra gli stati che hanno sottoscritto l’accordo di Schengen, alcuni dei quali non fanno parte dell’Unione Europea, mentre altri che ne fanno parte non sono nell’area Schengen) darebbe un colpo destabilizzante alle fondamenta dell’Europa.
Concordo con le preoccupazioni, ma mi chiedo se il considerare tale ripristino un effetto devastante per l’Unione Europea non produca effetti opposti a quelli intesi da chi lancia l’allarme. Non li produrrebbe se vi fosse una risposta degli stati che consista in una cessione di sovranità all’Unione per quanto concerne il controllo dei confini esterni. Dubito fortemente che ciò possa accadere nel volgere di pochi mesi. Gli stati non hanno voluto cedere sovranità (vale a dire accettare decisioni europee a semplice maggioranza degli stati e del parlamento europeo) in settori come le politiche di difesa e di politica estera o nelle politiche fiscali; che lo facciano per il controllo dei loro confini mi sembra difficile: ciò presuppone che l’Unione Europea si trasformi in vero e proprio Stato (federale o federazione), ma i tempi non mi paiono propizi e in ogni caso sarebbero lunghi.
Pertanto non resta, a mio avviso, che accettare il ripristino dei controlli statali, pur sapendo che è un arretramento nel processo di unificazione europea, senza connettere a tale ripristino l’idea che si vada verso la fine dell’Unione Europea. Chi non è giovanissimo certo si ricorda dei controlli alle frontiere: scomodi, ma certo allora non si pensava che la realizzazione dell’Unione europea fosse impedita da tali controlli. Contavano di più altri “abbattimenti” di barriere, come quelle doganali. Un passo indietro non può far ritenere che tutto il percorso, dagli anni Cinquanta in poi, sia vanificato. Del resto controlli dei documenti e dei bagagli si fanno ovunque anche in altri “check point”, come gli aeroporti, anche per voli interni, ma nessuno fa discendere da ciò conseguenze catastrofiche: solo un costo in termini di tempo per avere più sicurezza. Possiamo ricordare come nel Medio Evo i tanti controlli e dazi tra feudi, anche piccoli, non precludeva l’esistenza di potenti organizzazioni statuali regionali, nazionali e imperiale (europea).
Anche la collaborazione tra entità regionali poste in stati diversi (le euro-regioni) è stata inaugurata oltre cinquant’anni fa, quando i controlli ai confini tra stati venivano fatti. Si pensi per la nostra area all’Euregio , ad Arge Alp e Alpe Adria. Certamente gli abitanti di lingua tedesca dell’Alto Adige-Suedtirol vedono ridare operatività a una frontiera che divide il Tirolo storico; il filo di seta del Brennero diventa un “filo di ferro” e ciò pesa anche simbolicamente, ma è la stessa “potenza tutrice”, l’Austria, a porlo, per una sua tutela. I rapporti tra Alto Adige- Suedtirol e Austria erano divenuti sempre più intensi anche quando l’Austria non era nella Comunità Europea ed esistevano controlli ai confini. L’Accordino stabiliva un’area di scambi agevolati transconfinari sin da dopo la seconda guerra mondiale. E poi esistono modi e modi di fare i controlli: quelli alle frontiere stradali tra gli allora “stati socialisti” dell’Est Europa duravano anche mezze giornate; quelli tra Italia e Austria (e poi anche tra Italia e Jugoslavia) consistevano in un semplice rallentamento per consentire alla polizia di frontiera uno sguardo. Forse a ciò ha pensato anche il Capo del governo austriaco in visita a Roma, quando ha assicurato che il regime dei controlli verrà concordato con l’Italia e le realtà provinciali di confine (Nord-Tirolo e Alto Adige-Suedtirol in particolare).
Pensare a un diritto universale alla libera circolazione delle persone è un’utopia irrealistica; gli uomini si organizzano in comunità politiche, che, per assicurare una vita interna ordinata e avere capacità di governo, debbono poter controllare i confini. E controllare i confini vuol dire applicare dei “filtri” che separano chi può passare e chi no. Finché sono gli stati la forma più forte di organizzazione politica, non può che dipendere da essi il regime delle loro frontiere. Giustamente Lei invoca un passo avanti nel rafforzare come “stato” l’Unione europea; ciò che mi sembra meno produttivo è alimentare l’idea che l’Unione Europea sia in fallimento perché si sta facendo un passo indietro. E’ solo un passo indietro di un percorso di molti passi.
Cordiali saluti,
Renzo Gubert

Manipolazioni delle dichiarazioni di Papa Francesco

di il 25 febbraio 2016 in etica pubblica con Nessun commento

Titoli e contenuti dei giornali e delle TV parlano di alcune risposte che Papa Bergoglio ha dato in aereo durante il suo viaggio di rientro dal Messico. Il Papa avrebbe detto, con riferimento al candidato alle primarie negli USA Trump, che “chi alza muri non è cristiano”. Parrebbe una condanna a ogni politica che cerchi di limitare i flussi migratori. In realtà il Papa ha detto che non è da cristiani pensare “solo” ad alzare muri. Vale a dire, un cristiano può pensare ad alzare muri, ma deve pensare anche ad aprire ponti. E del resto non può che essere così: ogni collettività politicamente organizzata deve poter controllare i flussi attraverso i suoi confini, il che richiede muri (di qualche genere) non valicabili e varchi (i ponti) nei quali filtrare entrate e uscite. Se così non fosse, non sarebbe cristiano neppure mantenere i muri che circondano il Vaticano.

Altra “pronuncia” papale, secondo quanto riportano i media: “sulla legge Cirinnà il Papa non si immischia nella politica italiana”, che alcuni trasformano in “la Chiesa non si immischi nella politica italiana”; si omette di dire che il Papa ha anche detto che ha lasciato ai vescovi italiani (Conferenza episcopale italiana, presieduta dal cardinale di Genova Bagnasco) la responsabilità di prendere posizioni al riguardo, dato che il Papa ha una responsabilità universale. Il che è vero, iscrivendosi l’affermazione di Papa Bergoglio nella valorizzazione delle responsabilità dell’episcopato. Il contenuto, quindi, della dichiarazione nella sua completezza è assai diverso da quello diffuso dai media.

Terza pronuncia, che i media raccontano così: “il Papa apre alla contraccezione”. I più tacciono sulla condanna durissima dell’aborto (chiesto anche da organismi dell’ONU per evitare il rischio di malformazioni dei feti in relazione al virus Zika), male “maggiore” che in casi estremi (come già fece Paolo VI) fa preferire il male “minore” della contraccezione. Tutt’altra cosa che “aprire alla contraccezione” senza ulteriori considerazioni. Va da sé che la scelta del “male minore”, che resta “male”, è legittima moralmente quando si deve scegliere tra “mali inevitabili”. Che si possa normalmente evitare una gravidanza senza ricorrere a contraccettivi è noto da tempo.

Non sembra che si ponga anche per i giornalisti una “questione morale”, quella di dire solo la verità e tutta la verità, senza deformare in funzione dei propri (o dell’editore) desiderata?

Il voluta cecità degli intellettuali di fronte al Family Day: lettera al “Trentino” su Paolo Pombeni

di il 4 febbraio 2016 in famiglia con Nessun commento

Caro Direttore,
vedo che il Trentino continua (a parte qualche breve lettera) una linea di netta contrarietà a chi, in Italia, non accetta l’impostazione che al “regime” delle coppie omosessuali prevede di dare il disegno di legge Cirinnà, in questi giorni in discussione al Senato. L’ultimo esempio (ad oggi, 3 febbraio) è l’articolo di Paolo Pombeni, direttore dell’Istituto Storico Italo Germanico della Fondazione Kessler. Fa il paio con l’intervento alla Rete 7 di De Rita la sera precedente e con i molti di Cacciari, già sindaco di sinistra di Venezia. Avendo sempre apprezzato l’equilibrio e la capacità di penetrazione critica di Paolo Pombeni (in comune, da studenti, l’esperienza di GS di don Giussani, che precedette CL), mi ha sorpreso che da qualche tempo abbia cambiato impostazione. Un esempio di ciò, a mio avviso, è il giudizio sul Family Day, centrato sulla richiesta di tutela del bambino e della donna “affittata” di fronte alla pratica diffusa dell’”utero in affitto”. La quasi totalità degli interventi al Family Day riguardavano tale richiesta. Quando Pombeni afferma che è dubbia la volontà del popolo in merito, evidentemente egli non ha preso conoscenza dei sondaggi di ogni tendenza, che mostrano una contrarietà alle adozioni del figliastro del compagno omosessuale che oscilla tra il 70 e l’80% degli italiani. Ed è proprio l’oggettivo incentivo al ricorso all’utero in affitto (pur se solo all’estero) che rende la stragrande maggioranza degli italiani contrari all’adozione prevista dal ddl Cirinnà. Su che base Pombeni afferma che la “piazza” del Family Day rappresentava “minoranze integraliste”?

Seconda presa di posizione di Pombeni: perché concentrare l’attenzione sul ddl Cirinnà e non sulle carenze delle politiche familiari italiane? A parte che le associazioni che hanno preso l’iniziativa di indire il “Family Day” sono quelle che più si battono per serie politiche di sostegno della famiglia, sarebbe comunque curioso che di fonte a un principio di incendio di una casa, i suoi occupanti si preoccupassero di sistemare le fondamenta che magari danno qualche segno di cedimento. La cosa ragionevole è darsi da fare per spegnere l’inizio di incendio. Capziosa, quindi, la critica.

Terza qualificazione poco comprensibile che Pombeni dà del problema posto dal ddl Cirinnà è quella di “problema pseudo-etico”, accomunato in ciò, secondo lui, a quello dei risparmiatori truffati delle banche. Mi chiedo se i temi della configurazione della famiglia e delle condizioni per la filiazione si possano considerare estranei all’etica. TV e giornali hanno spesso chiamato nei dibattiti persone che negavano rilievo etico a questi temi, riconducendo il tutto a normali prassi e cambiamenti sociali. Stando alla posizione di Pombeni, i vescovi italiani, Papa Bergoglio, illustri giuristi già Presidenti della Corte Costituzionale, l’enorme folla del Circo Massimo si sarebbero occupati di un tema “pseudo-etico”!

Poco conta che la successiva diagnosi di Pombeni circa i mali del sistema politico derivanti dalla perdita di funzione di mediazione socio-politica da parte dei partiti sia condivisibile; prendere tale considerazione a pretesto per demolire con affermazioni senza fondamento il fenomeno sociale del Family Day, autentica espressione di un popolo che si mobilita per i diritti dei più deboli, non mi sembra un’operazione intellettuale-politica degna di quell’intellettuale onesto e perspicace che avevo conosciuto, operazione assai più deludente della recente e poco critica conversione al “renzismo”.
Cordiali saluti,

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