Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Sessualità e insegnamento della Chiesa Cattolica: episodi trentini

di il 19 febbraio 2017 in famiglia, religione con Nessun commento

Su l’ultimo numero di Vita Trentina del 12/2, rubrica Dialogo aperto, due lettere che auspicano cambiamenti nelle posizioni della Chiesa, una di Donata Borgonovo Re, che desidera per la donna ruoli sacerdotali, sull’esempio della chiesa luterana, (commentando una precedente lettera di Luisa Vian), e una di Silvano Bert, che veglia sul magistero del Papa e dei vescovi, ancora troppo timido in materia di aborto e omosessualità. Fa quasi da contrappeso una lettera di Luciano Decarli, che ricorda, a pochi giorni dalla scomparsa, un missionario maschio, padre Efrem Trettel, impegnato nell’annuncio con mezzi moderni del Vangelo più che nel proporre revisioni dottrinali.

Sul sacerdozio alle donne mi consta che ci siano state pronunce papali sul suo fondamento nelle scelte di Cristo. Sbagliato? Sbagliato, secondo Bert, ha certamente Papa Paolo VI ad emanare l’enciclica Humanae Vitae e hanno sbagliato i vescovi italiani a pronunciarsi a suo tempo contro la legge che legalizza e sostiene con risorse pubbliche l’aborto volontario. L’esempio per il sacerdozio femminile e per l’atteggiamento da prendere sulla legge sull’aborto è sempre quello delle chiese protestanti. Dobbiamo pur essere per l’ecumenismo! Dopo tutto, per Bert, la legge italiana sull’aborto andava approvata in quanto realizzava un “male minore”, ossia la riduzione della clandestinità degli aborti. Ma osservo: se avvengono clandestinamente furti, rapine, omicidi e il perseguirli provoca pericoli e danni per la vita di chi li fa e degli addetti all’ordine pubblico, bisogna perciò legalizzarli? Come si fa a dire che l’uccisione di un essere umano nel grembo materno è un “male minore”? Rispetto a quali altri “mali maggiori” inevitabili? Per Bert ci sono ancora malati di ideologia, come il Movimento per la Vita, che in occasione della |Giornata per la Vita, condannano in un manifesto la legge 194 sull’aborto, ma, buon segno,Vita Trentina non ne ha dato conto. I vescovi italiani nel loro messaggio hanno condannato come espressione di ideologia il voler superare la complementarietà di uomo e donna; non si tratta certo di ideologia per Bert, ma i vescovi a tale ideologia almeno non hanno dato il nome di “ideologia gender”. Comunque lottare per il riconoscimento della complementarietà uomo-donna va contro l’aspirazione alla parità delle donne, come affermato da una teologa, Selene Zorzi, ella sì, più dei vescovi, sulla giusta strada.

Bert è intervenuto anche all’incontro che la Diocesi (Ufficio che si occupa della famiglia) ha organizzato, giovedì 9, all’oratorio del Duomo per la presentazione dell’esortazione di Papa Bergoglio “Amoris laetitia”. Non ha mancato di far rilevare il ritardo anche di questo Papa nel trattare l’omosessualità, considerata solo “di striscio”. Non mi ha meravigliato l’intervento di Bert, quanto quello del relatore (in tandem con la moglie) Luigi De Palo, presidente del Forum delle Associazioni Familiari. Sollecitato nel dibattito da alcuni interventi dalla sala, ha preso posizione netta contro coloro, definiti più volte anche nella relazione, “cinture nere” del catechismo, che annunciano e difendono i principi della morale familiare e attinente alla vita umana. La loro sarebbe solo “ideologia”, che rende difficili i rapporti con chi quella morale non condivide. E ha giustificato così il fatto che il Forum delle Associazioni familiari che presiede non abbia aderito al Family Day di circa un anno fa. Il sacerdote responsabile dell’Ufficio nazionale per la famiglia della Conferenza Episcopale Italiana don Paolo Gentili, non è stato molto da meno; ha posto sì un argine di principio, la contrarietà alla pratica dell’utero in affitto, ma nulla ha detto sulla pratica dell’omosessualità, lasciando capire che sulle convivenze more uxorio tra omosessuali era opportuno tacere, in nome del rispetto e dell’accoglienza.

Quanto accade è conferma del fatto che in nome del rispetto e dell’accoglienza si è disposti a non pronunciare più le parole di verità che derivano dalle |Scritture, dalla Tradizione, dal compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, considerandolo “ideologico”. Questo di fatto, però, solo se quelle verità concernono la sessualità, la famiglia, il rispetto della vita al suo inizio e alla sua fine, ossia proprio nei campi nei quali maggiore è la distanza tra messaggio cristiano e mentalità dominante nelle società secolarizzate e benestanti. Viene rifiutato l’annuncio di Cristo che prefigura ostracismi e persecuzioni a chi lo segue. Si può certo seguirlo, si può certo annunciare con vigore verità, ma solo se ciò non urta troppo “il mondo”. Non si deve essere “ideologici”!

Osservazioni su un’intervista sulla comunione ai divorziati al card. Coccopalmerio

di il 19 febbraio 2017 in famiglia, religione con Nessun commento

Di particolare interesse l’intervista su “in Terris” al card. Coccopalmerio, che spiega le ragioni che portano a ritenere degni di accostarsi e ricevere la Comunione coloro che, divorziati, conviventi con divorziati, conviventi senza mai essere stati sposati, sposati civilmente, non frequentanti la messa domenicale, vorrebbero correggere la loro situazione secondo quanto chiesto da Cristo, dalla Tradizione, dalla Scrittura e dal Magistero così come codificato ad es. da ultimo nel Catechismo della Chiesa Cattolica, ma per le abitudini contratte, per le situazioni sedimentate nel tempo, per giudicare essi non valida una norma morale della Chiesa, non riescono a ( o non ritengono giusto di) modificare i loro comportamenti.

Il nodo sta proprio in questo “non riuscire a modificare” i propri comportamenti, benché riconosciuti sbagliati. Non si chiede più una conversione profonda, un deciso ravvedimento operoso, un forte “proposito” attendibile, un tempo elemento necessario per una valida assoluzione dei peccati. Chi dice che non si possano cambiare abitudini, situazioni consolidate, convinzioni errate o che si possono cambiare solo un po’? E se è difficile, non è impossibile. A mio avviso è da riflettere sul fatto che l’esimente dell’abitudine, della consolidata situazione, della convinzione che insegnamenti morali della Chiesa siano erronei è applicata al campo delle relazioni sessuali, nelle modalità che vedono in alcune parti del mondo più distanza da quanto la Chiesa ha insegnato fino a ieri (si va dalla masturbazione ai rapporti sessuali pre-matrimoniali, dalla convivenza pre-matrimoniale a quella con già sposati) ed ora, leggo, anche al campo del precetto della messa festiva. Tale esimente non viene applicata per comportamenti che la cultura dominante condanna: si pensi al furto, alla violenza, alla corruzione, all’evasione fiscale, alla contraddizione di ecclesiastici tra chiamata alla povertà e vita troppo agiata, alla pedofilia, al rifiuto dello straniero (e si potrebbe continuare). Come mai questa disparità? Eppure ci sono abitudini a rubare, a essere violenti, ad aggirare con corruzione le norme, ad evadere le imposte, a sentirsi invaghiti sessualmente di un ragazzino o di una ragazzina, praticando approcci sessuali, a sentire distanza sociale verso gli stranieri, ecc. Pur esse non sono facili da correggere, ma non mi sembra che l’insegnamento di Papa e vescovi, oggi, ritenga che tutto sommato nel giudicare occorre tener conto delle difficoltà a correggersi. Anzi, il giudizio è rimasto duro, senza appello.

Allora a mio avviso la differenza di trattamento sta nella sensibilità (di chi discrimina tra abitudini da considerare con qualche indulgenza e altre da condannare con durezza) alle tendenze al permissivismo etico nelle nostre società secolarizzate, permissivismo largo e in crescita nel settore della sessualità e della vita umana ai suoi confini e invece trasformato in intransigenza (almeno nelle dichiarazioni) a quanto può essere definito “etica civica”. Tale diversità di sensibilità etica nelle società in cui viviamo è documentata dalle più serie indagini sociologiche in materia, e in particolare dalla serie di indagini dell’European Values Study. E’ giusto per le autorità della Chiesa Cattolica adattare l’etica a sensibilità non cristiane o cristiane secolarizzate e relativiste? Se responsabili della conduzione della Chiesa Cattolica lo ritengono, per una sorta di realismo che vuole evitare contrapposizioni, lo dovrebbero dire. Il dire, invece, che la dottrina resta la medesima, che i principi morali non cambiano, tacendo che per alcuni si applica indulgenza in nome delle abitudini e per altri si accentuano dichiarazioni di condanna, sembra ispirato a quello che nel gergo comune si definiva stile “gesuitico”, ossia un mascherare con parole un cambiamento vero: una adattamento dell’insegnamento morale alla sensibilità del tempo, in società secolarizzate e relativiste.

Chiude a Primiero il convento dei Cappuccini; si perde un pezzo di identità, ma autorità civili e religiose hanno fatto il possibile?

Con domenica prossima 12 febbraio i frati cappuccini di Primiero salutano i fedeli e lasciano il convento, dopo circa novanta anni di presenza. Lo fanno per decisione, annunciata con una bella lettera, del responsabile della provincia veneta padre (ora fra) Roberto Genoin (alla quale quella trentina è stato aggregata), in difficoltà a mantenere aperti i conventi per la diminuzione di persone che scelgono di essere religiosi della famiglia cappuccina, parte di quella francescana. Si sono già presentate positivamente sulla stampa le suore clarisse cappuccine di Fabriano, che da tempo volevano lasciare Fabriano e che, tra le varie possibilità di scelta, in Trentino e altrove, hanno chiesto insediarsi a Primiero, certamente una località più attrattiva di altre offerte. I danni subiti dal loro convento per i recenti terremoti in Italia centrale hanno indotto ad accelerare di alcuni mesi il trasferimento.
Per alcune generazioni di primierotti la presenza dei cappuccini era ed è significativa. Portando il solo caso personale, lo è stata per mio padre, che accompagnava regolarmente i fratelli cappuccini nella questua per raccogliere, di inverno, su slittoni, legna da ardere e letame per l’orto; lo è stata per me, chierichetto dalla seconda elementare fino ai 15 anni (con il record, d’estate, di 13 messe consecutive di preti e frati ospiti, servite in una mattina, con pausa colazione, a partire dalle 5.30, quando ancora non c’era la concelebrazione) e accompagnatore-facchino per la questua di granoturco da polenta e di fagioli e da molti anni ora lettore alla messa domenicale. Ma tale presenza è stata significativa per tutta la comunità, trovandosi tra l’altro il convento, con la chiesa dedicata a San Antonio da Padova, all’intersezione centrale tra i comuni di Tonadico, Transacqua e Fiera, centro del nuovo comune unificato, in prossimità della sede della Comunità. Si può ricordare come due delle figure dipinte sulla facciata della chiesa della Madonna dell’Aiuto, in centro a Fiera, sono due frati cappuccini del convento, fra Simone, figura storica della presenza cappuccina, e padre Cornelio, figura aristocratica di asceta, intellettuale anche nei suoi sermoni. Ma i frati avevano un ruolo esteso a tutta la valle soprattutto in occasione delle annuali confessioni pasquali: lunghe file di uomini al confessionale, perché i frati si diceva fossero “ più larghi de manega” e soprattutto perché gli uomini non volevano confessare i peccati al loro parroco. Ma la presenza di primierotti era grande anche per le indulgenze del “Perdon di Assisi”. Sempre poi affollatissime le messe nei mesi estivi, e anche negli altri il sabato sera e la domenica alle 11, con presenze nel coro e dietro l’altare. Pure il Movimento dei Focolari ha una delle sue radici nella chiesa dei cappuccini.
Come la stampa ha dato notizia, sono state raccolte circa 1600 firme di fedeli (anche via internet, con l’aiuto del figlio Daniele),per indurre i responsabili a non chiudere il convento , oltre che per ringraziare i cappuccini della loro lunga presenza e queste sono state personalmente portate da Bruno Simion, già sindaco di Fiera, e da me al padre provinciale a Mestre. Non siamo riusciti a far cambiare decisione. Dal colloquio avuto, cordiale ma franco, con il padre provinciale ci è stata illustrata la difficile situazione nella quale versano le presenze cappuccine in Trentino. Abbiamo avuto l’impressione che in altri casi (vedi Terzolas) si siano mosse anche le autorità locali per far riaprire con successo una presenza. Non risultano che lo abbiano fatto le autorità locali, né civili né religiose, di Primiero; queste ultime, anzi, avrebbero garantito il servizio religioso alla comunità di suore, su impegno anche del vescovo, forse per evitare che venissero a mancare anche le suore. Ma se si fosse scoraggiato l’insediamento delle suore, inducendole a sceglierne un altro, magari già vuoto, si ,sarebbe ugualmente chiuso il convento di Primiero, dove ci sono due padri validissimi, non anziani, anzi uno molto giovane? . Non occorre essere sociologi per capire come nel prendere decisioni, che in questo caso spettano ovviamente in piena autonomia ai responsabili dell’ordine religioso, si tenga conto di una pluralità di elementi. Tra questi nel caso di Primiero, è mancata la presenza attiva delle autorità locali. Queste di solito si mobilitano se chiude o si trasferisce un’impresa significativa o qualche servizio alla popolazione; viene il dubbio che la chiusura di un convento sia ritenuta invecedalle autorità civili non importante per una comunità, che pur nella quasi totalità è di religione cattolica. E non si tratta di una sorta di rispetto della laicità dell’amministrazione: il sindaco è esemplarmente presente ed interviene positivamente in occasione di manifestazioni religiose. Spero che almeno alla messa di addio di domenica prossima il sindaco ci sia e possa quanto meno testimoniare la riconoscenza per i molti decenni di presenza cappuccina a Primiero: non lasci questo compito solo alla lettera sottoscritta dai circa 1600 cittadini (di Primiero e alcune anche di ospiti), né pensi di non farlo perché l’iniziativa della raccolta di firme ha visto come protagonista un consigliere di opposizione, Paolo Simion..

APPENDICE: COMMENTO A RISPOSTA PICCATA DEL SINDACO DI PRIMIERO S.M.C. Daniele Depaoli pubblicata su l’Adige:
Leggo con piacere, in cronaca di Primiero del 9 febbraio, che, come dichiara il sindaco, l’amministrazione comunale di Primiero San Martino di Castrozza, e gli altri sindaci della valle parteciperanno alla messa delle 11 di domenica prossima, nella chiesa dei Cappuccini, per ringraziare della presenza cappuccina che, dopo una novantina d’anni, si chiude. Verrà offerto persino un pranzo. Mi ha invece negativamente sorpreso l’accusa che il sindaco mi fa di aver voluto strumentalizzare politicamente e demagogicamente la chiusura del convento, ritenendo egli di non dover accettare consigli da nessuno sul cosa fare. Frequentando sempre la chiesa dei cappuccini e parlando con alcuni fedeli, ho rilevato che nessuno aveva presente che il sindaco si fosse attivato per evitare la chiusura del convento, e anzi, qualcuno, mi invitava a fare qualcosa, percependo erratamente un ex-parlamentare, ex già da 11 anni, ancora come uno avente influenza. Ciò che si è saputo pubblicamente è che il sindaco avrebbe risposto a una interrogazione del consigliere di minoranza Simion, senza recepire la sollecitazione ad attivarsi. Poi più niente. Non mi pare neppure che vi sia stato qualche sostegno da parte del sindaco o degli amministratori alla raccolta di firme. Mi sorprende, anche, che il sindaco abbia rinunciato a pressioni dopo che gli è stato detto che la decisione da parte del Provinciale era già stata presa; come ogni persona che si occupa di decisioni, sa che queste possono essere cambiate; è successo e succede, se vi sono pressioni adeguate e ragionevoli. Può anche succedere che si torni sui propri passi. E per sapere se ciò si possa ottenere, non lo si può certo chiedere a chi una decisione l’ha appena presa! Voglio, infine, rassicurare il sindaco che non ho alcuna intenzione di strumentalizzare politicamente una vicenda; se lo si volesse fare, esisterebbero molti altri importanti motivi per farlo, da inadempienze agli impegni presi nello Statuto alle difficoltà di organizzare l’unificazione, per non parlare di problemi gravi aperti di tipo economico e infrastrutturale. Rispetto le difficoltà di un avviamento stentato. Anche se la percezione diffusa tra la gente che il Comune non ha esercitato pressione per ottenere la permanenza dei cappuccini (della quale mi sono fatto portavoce) fosse sbagliata, anziché irritarsi e dichiarare di non tollerare critiche sarebbe stato meglio ringraziare chi ha promosso la raccolta di firme e le ha portate a Mestre: quanto meno ha reso più caldo e popolare il ringraziamento ai cappuccini.

san Giuseppe Freinademetz: con Demarchi e ladini di Badia (1988) alla ricerca in Cina della sua tomba, distrutta

di il 11 febbraio 2017 in religione, Varie ed eventuali con Nessun commento

La notizia pubblicata sul Trentino (cronaca dalla val di Fassa) del 3 febbraio, che il prossimo 7 febbraio a Pera vi sarà una celebrazione in ricordo di San Giuseppe Freinademetz, ladino della Badia, missionario verbita in Cina, venerando con l’occasione una reliquia del santo proveniente dalla sua arca sepolcrale, reliquia donata da mons. Bressan, mi sollecita a scrivere di un episodio di quasi trent’anni fa, superando la ritrosia.

La notizia mi riporta alla memoria un viaggio in Cina (con mia moglie, nonostante i tanti figli) organizzato dal prof. don Franco Demarchi, cui partecipava anche un gruppo di badioti, accompagnati da un sacerdote ladino, che volevano portare nella chiesa che fu di Freinademetz un presepio e visitare la sua tomba, nell’ottantesimo della sua morte (era il 1988). Visitammo la chiesa (allora frequentata da poche vecchiette, qualcuna con i piedi piccoli come da tradizione cinese della fasciatura stretta, per rendere leggiadro l’incedere femminile), i badioti lasciarono a una specie di sacrestana il presepe (opera artistica dell’artigianato della Badia), si parlò con un paio di donne molto anziane che ricordavano la presenza del missionario ladino. Il problema nacque quando don Demarchi, in modo non previsto dal programma della visita (l’organizzazione era stata predisposta da un’agenzia su incarico dell’ente che pubblicava la rivista, ricca di belle fotografie della Cina, “La Cina Illustrata”, della quale don Demarchi era grande diffusore in Italia), chiese di poter andare sul luogo dove era stato sepolto padre Freinademetz. Distava molti chilometri, le strade per raggiungerlo erano strette e tortuose, in mezzo a colline. Garantendo il pagamento di un supplemento agli organizzatori e un’adeguata mancia agli autisti (un paio di pullman), dopo molte insistenze, tenuto conto della figura di Demarchi, molto apprezzata dai cinesi (non solo per la diffusione della rivista, ma anche per l’ospitalità estiva organizzata da anni in Italia per studenti cinesi) e del fatto che molti dei partecipanti erano venuti apposta dalla Val Badia, venne concessa l’aggiunta fuori programma, tra l’entusiasmo dei partecipanti. Dopo un viaggio non facile e non breve (forse un’oretta), si giunse sul luogo, quasi in cima a una collina. Era recintato e l’accesso era chiuso da robusti cancelli di ferro. Non si scorgeva in prossimità edificio alcuno, se non un piccolo scorcio di una costruzione alta. Vennero degli addetti e dissero che non si poteva entrare. Vi furono insistenze da parte di Demarchi e del sacerdote ladino, ma i custodi furono irremovibili, anche dopo una verifica compiuta con i responsabili del luogo. Don Demarchi, che conosceva le debolezze umane, cominciò ad estrarre dal suo portafoglio un pacchetto di banconote rosse (da 100 remimbi, il taglio massimo), offrendole come mancia, ma niente da fare. Raddoppiò e poi triplicò il pacchetto (una bella somma) e alla fine concessero a lui e al sacerdote ladino (solo a loro) di entrare nel luogo dove c’era un tempo un convento dei verbiti e il cimitero dei padri. Tornarono dopo un po’ molto delusi: avevano solo visto il luogo dove c’era il cimitero, distrutto dalla “guardie rosse” maoiste; non c’era segno alcuno di tombe; al posto del convento c’era un ospedale psichiatrico ( e c’è da giurare che non fosse ispirato alle teorie di Basaglia!). Almeno però avevano visto il luogo ed era per loro già qualcosa.

Sono rimasto quindi piacevolmente sorpreso del fatto che il nostro vescovo emerito, studioso della Cina e tra i principali sostenitori, anche come Diocesi, del Centro Martino Martini di Trento, sia venuto in possesso di una reliquia della tomba. Sarebbe interessante conoscerne la storia, forse legata all’amore dei cristiani della parrocchia del Freinademetz verso il loro missionario, molto amato; che siano intervenuti all’epoca della distruzione delle “guardie rosse” per conservare almeno qualcosa che era stata in contatto con il santo? E chi poi, e quando, ne ha fatto dono a mons. Bressan? Forse in occasione della santificazione? Nella chiesa a lui dedicata in Badia c’è la foto della tomba. Chi l’ha data ai badioti? La congregazione dei Verbiti? Curiosità che appagherebbero un po’ i “pellegrini” in Cina del 1988!

PATT “sacrifica” la sua identità: l’espulsione di Kaswalder segno di debolezza e di miopia o perdita della “fede”?

di il 2 febbraio 2017 in autonomia, partiti politici con Nessun commento

Su l’Adige di lunedì 23 gennaio si leggono due interventi riguardanti in qualche modo il PATT, uno del suo segretario sen. Panizza e uno di un lettore, Gianni Rizzoli di Verla, che si aggiunge a un paginone di cronaca sul PATT. Sarebbe normale per esponenti politici di altri partiti, come nel mio caso, osservare e tacere, rispettando l’autonomia di ogni partito per le sue vicende interne. Proprio la lettera di Gianni Rizzoli, che dichiara di non essere mai stato elettore del PATT, mi spinge a proporre alcune riflessioni, come sociologo e come trentino.

Da un lato il sen. Panizza, che auspica un ampliamento delle competenze delle Province Autonome al campo della riscossione delle entrate fiscali anche statali; dall’altro un lettore non del PATT che si rammarica per l’espulsione dal partito autonomista di Walter Kaswalder, che nel PATT ha ricoperto per lungo tempo cariche importanti e che è venuto a rappresentare, dopo precedenti espulsioni o allontanamenti, l’area più tradizionale del partito, più interessata a mantenerne l’identità, fissata anche nello Statuto. Chi ha più meriti per l’autonomia? Chi opera per allargare le competenze amministrative del Trentino o chi opera per conservare una più chiara identità? I due obiettivi non sono di per sé contraddittori, ma lo sono nelle circostanze attuali. Per incidere di più sulle competenze è utile l’alleanza provinciale, regionale e nazionale con il centro-sinistra, che ha consentito e consente al PATT di avere la guida del governo provinciale e, assieme alla SVP, di pesare di più a livello nazionale. Ciò, però, richiede di sacrificare all’intesa con forze di tradizione non autonomista (specie con la sinistra), e per di più non di esplicita e non prevalente ispirazione cristiana (la sinistra), elementi chiari di identità del PATT, che nello Statuto dichiara di ispirarsi al pensiero sociale cristiano oltre che, evidentemente, al mantenimento dei tratti identitari “trentino-tirolesi” (non di rado perfino irrisi nei loro aspetti più visibili di folclore), e alla difesa delle autonomie locali sub-provinciali.

Walter Kaswalder (ma con lui anche pochi altri ed esponenti di rilievo dei “sizzeri”) è entrato in conflitto con l’area “governativa” del PATT principalmente su questioni di coerenza con l’ispirazione al pensiero sociale cristiano (si veda ad es. la questione “omofobia”) e con la difesa delle periferie (si veda ad es. la questione “punti di nascita” negli ospedali periferici). Non si è trattato e non si tratta di questioni secondarie, ma importanti per l’identità del partito. La scelta dell’organo di disciplina del PATT, l’espulsione di Kaswalder, segnala a mio avviso una grave miopia a medio-lungo termine. A breve scoraggia eventuali tentazioni di derogare alla disciplina di partito (o di gruppo) da parti di altri che si trovino a disagio (per la verità nei partiti democratici è sempre ammesso il voto in dissenso per motivi di coscienza) e quindi potenzia la posizione di governo, ma a medio-lungo termine costituisce indebolimento della specifica identità, senza la quale un partito diventa un’aggregazione elettorale che dura finché c’è il collante del potere e delle sue rendite.

Avendo avuto il ruolo di segretario di un partito in periodo di forte turbolenza, comprendo il disagio di chi ha responsabilità politica a dover far fronte a contestazioni e voti in dissenso. Mi chiedo, però, se il PATT non fosse nelle condizioni di sopportare tali contestazioni senza far venire meno il suo ruolo “governativo”, mettendo invece sul piatto della bilancia, in positivo, il tener viva nel partito la vocazione identitaria trentino-tirolese, di difesa delle autonomie di villaggio e di valle, di coerenza con l’ispirazione cristiana. Il non averlo fatto è evidente segno, nel migliore di casi, di debolezza, ma forse anche di non essere più sensibile al mantenimento e allo sviluppo della specificità della sua identità.

La “modernizzazione” del Trentino, specie la sua secolarizzazione, unite alla sua “italianizzazione” crescente può aver indotto i responsabili attuali del PATT a non credere più nella proponibilità ai trentini della sua specifica identità. Sarebbe una perdita per tutti i trentini, poiché un’autonomia che perda il suo fondamento identitario ha le gambe corte. Uomini come Kaswalder e donne come Linda Tamanini, (che lo ha difeso) non servono l’autonomia certamente meno di chi “al potere” ha capacità di incidere sulla sua portata amministrativa. E ciò dovrebbe far sopportare qualche “inconveniente” che può infastidire chi guida o gli alleati di governo.

Morte ai selvatici immigrati clandestini (mufloni, cinghiali); immigrazione agevolata ai selvatici pericolosi (orsi e lupi): razionale|?

di il 2 febbraio 2017 in natura e ambiente con Nessun commento

In questi giorni sui quotidiani locali si è fatto cenno a problemi in Trentino legati alla fauna selvatica. In un caso dei forestali hanno abbattuto un muflone (che tale poi si è rivelato non essere, ma un normale caprone) e in un altro veniva proposto di affidare ai cacciatori il compito di far fuori i cinghiali. Perché mufloni e cinghiali sono da eliminare? La ragione sta nel fatto che non sono parte della selvaggina autoctona tradizionale. Facilitati da “trafficanti clandestini” sono immigrati in Trentino.

Mi sono chiesto se anche orsi e lupi non siano “immigrati” da fuori Trentino, e quanto a danni, almeno per chi vive in montagna e di agricoltura-allevamento, non sono secondi agli immigrati clandestini. Eppure sono benedetti da chi ha il potere di vita o di morte sugli animali selvatici.

Perché due pesi e due misure? Il motivo starebbe nel fatto che lupi e orsi una volta c’erano in Trentino, mentre gli altri no, sono di “razza diversa” da quelle locali. A parte che non è facile dimostrare che mai nessun cinghiale o nessun muflone non abbia nei millenni trascorsi soggiornato in Trentino, mi sono chiesto quale sia il retroterra valoriale di tale discriminazione. Che sia un razzismo latente, che trova sfogo nel rapporto con gli animali, sì agli autoctoni (per via di specie, di razza, non di individuo) e no ai foresti? La globalizzazione, l’abolizione delle frontiere, la libera circolazione alla ricerca di un livello di vita più adeguato, vale solo per i primati homo sapiens? E invece la difesa dell’autoctonia vale solo per gli animali selvatici?

Non c’è qualcuno che dice che è l’uomo ad essere un ospite dell’ambiente, e non un padrone? Ma se è così, perché si consente che l’ospite possa decidere chi accettare? Poiché penso che l’uomo non sia ospite, ma buon amministratore per le esigenze innanzitutto umane, orsi e lupi, mufloni e cinghiali vanno amministrati in funzione dell’uomo, agricoltore-allevatore e cacciatore innanzitutto, e sinceramente penso che orsi e lupi siano più pericolosi e dannosi per gli altri animali e per l’uomo di mufloni e cinghiali.

Legge elettorale per la rappresentatività del Parlamento, dialogo tra forze politiche per la governabilità

Sul Trentino del 31 gennaio l’editoriale di Francesco Jori denuncia acre l’incapacità dell’attuale classe politica di dare all’Italia una legge elettorale adeguata a garantire rappresentatività e governabilità. Il motivo sarebbe nel fatto che, secondo le previsioni, non vi sarebbe né singolo partito, né coalizione, in grado di ottenere la maggioranza in Parlamento e quindi sarebbe necessario ricorrere, per avere una maggioranza e un governo, ad accordi e mediazioni al ribasso, intessuti di ricatti e veti incrociati. Aggiunge una critica ai sostenitori del no al recente referendum costituzionale, perché incapaci di proporre una legge elettorale adeguata. A parte quest’ultima considerazione, non pertinente in quanto dire di no a un cambiamento della Costituzione non implica anche dover elaborare una comune proposta di legge elettorale, è l’insieme delle argomentazioni a non essere convincente.

Prima osservazione: se una legge elettorale garantisce rappresentatività, la governabilità non può derivare da essa, bensì dalla capacità di una forza politica o di una coalizione di ottenere la maggioranza dei voti. Se si vuole garantire che comunque anche una minoranza, la più grande, possa avere la maggioranza degli eletti, viene mortificata la rappresentatività delle altre forze politiche.

Seconda osservazione: l’aver ottenuto la maggioranza degli eletti non garantisce la governabilità, essendo sempre possibile che una parte degli eletti cambi opinione e schieramento nel corso della legislatura. E’ accaduto sovente in questi ultimi anni. E non sempre si è trattato di trasformismo di singoli parlamentari, ma di cambiamenti politici motivati che hanno riguardato componenti rilevanti di un partito o di una coalizione.

Terza osservazione: più i sistemi elettorali premiano in termini di rappresentanza il partito o la coalizione che raggiunga una determinata soglia di voti (oppure anche l’elezione di candidati in collegi uninominali) maggiore è l’incentivo a costruire liste di partito o coalizioni inclusive di identità politiche diverse, con la conseguente maggiore fragilità sia delle maggioranze, sia delle formazioni di minoranza. L’incoraggiamento all’inclusione si traduce in accordi, spartizioni, ecc. quale che sia il sistema elettorale.

Ciò premesso, non v’è sistema elettorale che risolva il problema di come si arrivi a comporre la varietà di opinioni politiche presenti in un quadro di stabilità. Serve sempre un dialogo tra gruppi di opinione politica diversa, sia prima delle elezioni, sia dopo, sia durante la legislatura. Che il risultato sia una mediazione “alta” o meramente spartitoria di posti di governo, sottogoverno, in Parlamento, dipende dalla qualità delle formazioni politiche. Questa a sua volta dipende dal fondamento sul quale si basa la forza politica (motivazioni più o meno altruistiche dei politici, loro competenza tecnica e loro capacità di rapportarsi con le forze sociali, economiche e culturali, elaborazione ideologica riferita a valori, che dà stabilità di orientamento nelle scelte).

Per tutte queste ragioni, si può dire che un sistema elettorale proporzionale (magari con soglia minima per scoraggiare frammentazioni artificiose), con libertà totale di scelta tra i candidati serve a garantire meglio di altri la rappresentatività, mentre la governabilità si può raggiungere solo con accordi, prima o dopo le elezioni, tra forze politiche sulla base di programmi condivisi. E’ quanto accade in Germania, in Austria, in molti altri paesi ed è quanto è accaduto in Italia fino al 1994, dapprima con governi di derivazione CLN, poi centristi, poi di centro-sinistra, poi di “compromesso storico” e infine ancora di “pentapartito”. Cambiavano spesso i governi, ma non le maggioranze che davano stabilità al quadro politico, divenuto progressivamente più inclusivo, secondo un modello politico “comunitario” che valorizza l’apporto di tutti o quasi (come accade tuttora per es. regolarmente in Svizzera). Perché non mettere nel conto il fatto che compito della politica è anche quello di costruire convergenze su una comune piattaforma? Se il bipolarismo è finito in Italia, è inutile ricostruirlo artificialmente con meccanismi elettorali che mortificano la rappresentanza; meglio pensare a dialogo per costruire accordi, tenendo conto della rappresentatività di ciascuna forza politica.

Papa Bergoglio e giornata della pace: per essere buon cristiano solo la strategia della non violenza?

di il 17 gennaio 2017 in pace, religione con Nessun commento

Su Vita Trentina del 18 dicembre u.s. sono riportati il testo del messaggio di Papa Bergoglio per la Giornata Mondiale per la Pace e sei commenti, tutti molto favorevoli, compreso quello di una esponente del mondo islamico. Il cuore del messaggio pontificio è centrato sull’efficacia della non violenza come mezzo per la pace. Si citano esempi storici quali quello di Gandhi e Martin Luther King. Solo tale mezzo, per il Papa, è pienamente coerente con l’insegnamento di Gesù di Nazareth, che nel discorso del Monte delle Beatitudini annuncia e vero e proprio “manuale” per tale strategia.

Il messaggio mi ha fatto pensare ai miei dieci anni trascorsi (anche con qualche responsabilità) nella Commissione Difesa del Senato, dove la preoccupazione maggiore era (e penso sia tuttora) quella di avere Forze Armate efficienti. Due gli obiettivi “politici” principali: garantire efficacia nella difesa dell’Italia, dell’Europa, dell’Occidente in caso di aggressioni e garantire efficacia nelle operazioni militari per la creazione, il rafforzamento e il mantenimento della pace in situazioni di grave conflitto. L’efficacia deriva in proporzioni diverse da caso a caso da azioni militari e azioni civili (pur se in un contesto militare) di promozione di condizioni di pace, con la garanzia della protezione militare. L’efficacia dell’azione militare contempla l’uso attuale o potenziale della violenza delle armi, esattamente l’opposto di quanto sostengono coloro che si ispirano alla strategia della non violenza.

Cosa deve pensare il cristiano che si impegna per una maggior efficacia della forza militare per un uso giusto della violenza? Ragionevole dire che non si può parlare di “guerra giusta”, neppure di difesa da aggressioni, quando si usano armi come quelle nucleari: il danno sarebbe maggiore del bene ottenuto difendendo una ragione giusta. Non sembra ragionevole ritenere che per ottenere la pace l’unica strategia veramente coerente con l’etica cristiana sia l’uso della non violenza. L’escludere l’uso della violenza per fermare aggressioni esterne o interne può, al contrario, incentivare le aggressioni stesse. Anziché un fattore di pace, diventa un fattore di disordine anarchico dove prevalgono i più forti, i più armati, coloro che hanno come fini il dominio di persone e popoli.

Se i cristiani dovessero abbracciare il metodo della non violenza per essere coerenti con la propria fede e la propria etica, quelli che operano nelle Forze Armate o quelli che, in circostanze di oppressione dittatoriale sanguinaria, usano armi violente per cambiare la situazione, dovrebbero sentirsi in colpa, incoerenti. Eppure la Chiesa ha prestato e presta assistenza a chi è impegnato nelle Forze Armate e non ho mai sentito cappellani o ordinari militari dire che l’unica scelta coerente per un cristiano è quella della non violenza.

Operare per la pace è giusto e necessario, e a questo serve il richiamo della Giornata Mondiale per la Pace. Dire che l’unico modo coerente con la fede e la morale cristiana è l’uso della strategia della non violenza mi pare sbagliato. C’è chi serve la pace e i diritti dell’uomo da militare, prevedendo se necessario l’uso delle armi (ossia usando una strategia della violenza a difesa dai violenti). Ancora una volta l’integralismo fa capolino: dedurre da norme di comportamento tra individui (il porgere l’altra guancia) norme etiche di comportamento tra società.

Veneti: minoranza nazionale da tutelare?

Il Trentino del 3 gennaio riporta un articolo, a mo’ di editoriale, del prof. Giovanni Poggeschi, docente universitario di Diritto pubblico. La sua tesi, enunciata anche nel titolo, che la legge regionale veneta n.28 del 13 dicembre scorso che intende applicare ai veneti la Convenzione quadro sulla tutela delle minoranze nazionali, approvata dal Consiglio d’Europa nel 1995 e ratificata dall’Italia nel 1997, altro non sia che uno “spot” propagandistico, essendo per lui sicuro che la Corte Costituzionale Italiana la boccerà, essendo competenza statale individuare le minoranze nazionali e non rientrando i veneti tra le minoranze “storiche” che l’Italia ha riconosciuto con legge 482 del 1999 quali titolari di tutela ai sensi di detta Convenzione, a differenza di friulani e sardi (che pure come i veneti sono politicamente organizzati in Regione, i friulani in compartecipazione con i giuliani).

Non intendo entrare nel merito delle valutazioni giuridiche del collega; assai probabile che l’ordinamento giuridico esistente in Italia escluda i veneti dalle minoranze nazionali alle quali si applica la Convenzione. Mi sembra invece soffrire di carenza di conoscenze storico-sociologiche la valutazione che Poggeschi dà delle rivendicazioni venete. Il veneto è stata lingua ufficiale di Stato molto a lungo, fin quando alla Repubblica della Serenissima non è stata posto fine dalle guerre napoleoniche. Ha alle spalle una cospicua letteratura e ragguardevoli opere teatrali, che ne hanno consolidato la forma scritta. E’ stata usata largamente da popolazioni, anche nei territori non più ora italiani, ma parte della Repubblica di Venezia. C’è stato un momento nel quale il veneto poteva diventare, in luogo del fiorentino, la lingua nazionale italiana. Difficile, quindi considerare il veneto alla stregua di uno dei tanti dialetti parlati in Italia, per quanto la distinzione tra lingua e dialetto sia più di ordine politico che linguistico, come confermano anche le storie recenti del serbo-croato, scomparso a favore di due idiomi prima non riconosciuti come “lingue”, il serbo e il croato, o quella delle lingue regionali del catalano e del valenziano, riconosciute come lingue autonome distinte dal castigliano solo a seguito dell’autonomia regionale in Spagna.

Se la distinzione lingua-dialetto è di tipo fondamentalmente politico, altrettanto si può dire delle distinzioni tra gruppi linguistico, etnico, nazionale. Un gruppo etnico diventa nazionale quando si pone l’obiettivo di avere una propria organizzazione politica statuale (anche se non ci riesce). Un gruppo linguistico può essere denominato come gruppo etnico se sviluppa la coscienza di una comunanza di origini, di storia; una nazione può essere composta da più gruppi etnici o linguistici. V’è una dinamica sociale di costruzione di un’identità di popolo e una di dissolvimento dell’identità. Quando un gruppo linguistico, etnico o nazionale è inserito come gruppo in posizione politica subordinata in organizzazioni politico-territoriali assume il carattere di “minoranza” in quelle organizzazioni. Da tale condizione di subordinazione l’aspirazione a una “tutela”.

I sardi, i friulani, i ladini dolomitici ( e anche i trentini) hanno espresso forme di organizzazione politica di gruppo (per lo più parziale) che hanno promosso la coscienza della specificità della propria identità culturale, base di successivi riconoscimenti di tutele (in modo indiretto i trentini). I veneti lo hanno fatto assai meno (si può ricordare la |Liga Veneta), e ciò che ora in Veneto sta accadendo a livello politico è semplicemente parte di un rafforzamento di tale processo di costruzione di identità specifica, recuperando i molti elementi culturali e di storia che ne sono fondamento. Può darsi che tale processo si consolidi come, invece, che si smorzi. Anche la nazione italiana è stata “costruita” da precisi processi messi in atto da élites. Solo il nazionalismo l’ha voluta egemone e in contrasto con le identità regionali. La Costituzione repubblicana ha riconosciuto autonomie regionali ordinarie e speciali (quella trentino-sudtirolese per ossequio a un accordo internazionale) e da alcuni anni anche la possibilità di estendere le “specialità”. Il processo per riconoscere carattere “nazionale” ai veneti potrà essere ancora lungo, ma il nazionalismo ancora presente in Italia che porta a non dare attuazione alle richieste di estendere l’autonomia a Veneto e Lombardia, ai sensi della Costituzione vigente, non fa che incoraggiare richieste ancor più forti, come quella del Veneto di invocare la tutela dovuta alle minoranze nazionali. Troppo riduttivo parlare di tutto ciò come di un semplice “spot”!

Prelati di CEI e Vaticano condannano senza pietà il domenicano Cavalcoli che parla di “castighi di Dio”: chi sbaglia?

di il 16 dicembre 2016 in religione con Nessun commento

Il segretario della Conferenza Episcopale Italiana, mons. Galantino e il sostituto della Segreteria di Stato del Vaticano mons.Becciu hanno usato parole durissime di condanna di dichiarazioni rese da padre Giovanni Cavalcoli, domenicano, in una trasmissione di Radio Maria, che ipotizzavano come il terremoto possa essere stato un “castigo di Dio” per l’introduzione in Italia del “matrimonio gay”. Sarebbero state per detti prelati dichiarazioni blasfeme e in netto contrasto con il messaggio di Dio misericordioso che Papa Bergoglio ha voluto per l’anno giubilare. Come se la misericordia di Dio eliminasse ogni possibilità di Suo castigo. Sodoma e Gomorra insegnano.

A parte la coerenza di chi in nome della misericordia aggredisce un confratello nella fede, che a loro avviso avrebbe molto “sbagliato”, fino ad essere accusato di bestemmia (ricorda tanto il sommo sacerdote nel processo a Gesù, che si stracciò le vesti), il caso solleva questioni rilevanti per la fede. Fino a che punto Dio interviene nella storia naturale e umana? La scienza ha fatto progressi importanti nell’offrire spiegazioni di fenomeni naturali, sociali e umani e la tecnologia ha progredito molto per controllarli. Ciò ha fatto retrocedere l’attendibilità di spiegazioni religiose, soprannaturali, legando religione a superstizione e mito. Si è così parlato di “demitizzazione” della religione, di sua “purificazione” quando non di un suo superamento in nome della ragione e della scienza.

Eppure le Sacre Scritture contengono molti esempi di interventi di Dio nella natura e nella storia, sia come castigo che come premio. Tra i castighi i più noti sono quelli del diluvio universale (dal quale per grazia divina si salvò Noè), le piaghe d’Egitto e l’annegamento dell’esercito del faraone nel Mar Rosso. Tra i premi la traversata del Mar Rosso all’asciutto da parte di Israele, le vittorie in guerre condotte dal popolo d’Israele e in epoca cristiana i molti miracoli, qualche vittoria militare a difesa della cristianità e i voti comunitari diffusi per scampati pericoli di pestilenze, epidemie, guerre, ecc.. Ma non si tratta solo di fatti del passato “pre-scientifico”; ancor oggi vengono celebrate le rogazioni per ottenere la pioggia in caso di prolungata siccità, si fa pregare perché non scoppi una guerra (e non solo nelle tradizionali litanie), si riconoscono miracoli, prova di santità. Nel Vangelo si riferisce di parole di Gesù che avrebbe promesso che “qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome Egli ve la darà”.

Convivono nella Chiesa moderna visioni “laiche” della natura, della società, dell’uomo, riservando al religioso solo la risposta di fede al senso ultimo della vita e del mondo, e visioni “provvidenziali” che vedono l’azione di Dio elemento essenziale della realtà e delle sue vicende. Preghiere e riti (specie i sacramenti) presuppongono la possibilità – certezza dell’intervento diretto di Dio quanto meno nella vita personale e nella società (la Chiesa), mentre per altro verso la secolarizzazione (che ha percorso anche i cristiani) spinge la rilevanza di Dio ai confini dell’esistenza, ritenendo arretratezza ogni credenza di un suo intervento diretto nella natura, nella società e nell’uomo. Da una parte la Chiesa dà un giudizio di autenticità sulle apparizioni di Fatima e sui suoi messaggi su guerra e conversione della Russia, valorizza esperienze mistiche di dialogo intenso con Dio, parla di miracoli attendibili e dall’altro si scandalizza se un prete-teologo interpreta come castigo divino un terremoto. Non sarebbe meglio mantenere l’instabile composizione tra ragione e fede che caratterizza l’esperienza dei cristiani, senza condanne per chi ne accentua una o l’altra? In fondo il dubbio è più “laico” della condanna razionalista e risponde meglio alla condizione che ci è dato di vivere.

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